GIACOMO LEOPARDI VITA E OPERE

GIACOMO LEOPARDI VITA E OPERE


LEOPARDI, Giacomo

di A. Tartaro

LEOPARDI, Giacomo. – Primogenito del conte Monaldo e di Adelaide dei marchesi Antici, nacque il 29 giugno 1798 a Recanati, alla periferia dello Stato pontificio. Visse gli anni della fanciullezza in un clima familiare improntato a un cattolicesimo reazionario e ancorato a radicati pregiudizi nobiliari. In questo periodo fu centrale la figura del padre che, interdetto dall’amministrazione domestica e sostituito dalla moglie, seguì personalmente l’educazione dei figli maggiori, Carlo e Paolina oltre al L., coadiuvato da precettori ecclesiastici (G. Torres, V. Diotallevi e, dal 1807, S. Sanchini). I giochi infantili, le inclinazioni testimoniate dal padre e dai fratelli, i saggi annuali alla presenza dei parenti sulle materie di studio costituiscono un patrimonio aneddotico certo insufficiente a chiarire la rapida evoluzione della sua personalità.

Nel 1812 il padre prese atto che il L. non aveva più nulla da imparare dal modesto Sanchini. Già da tre anni egli mostrava una precoce passione per lo studio, che lo spingeva a isolarsi nella biblioteca paterna (apprese da solo greco e ebraico) e ai cui eccessi imputò in seguito la fragilità fisica e l’avergli reso “l’aspetto miserabile, e dispregevolissima tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardino i più” (lettera a P. Giordani, 2 marzo 1818).

Prose e poesie del 1809-10 documentano la fase dell’istruzione scolastica del L., dedicata all’apprendimento del latino e agli studi retorico-letterari, sulla scorta del De arte rhetorica di Domenico da Colonia. I temi arcadici (nelle canzonette de La campagna), classici e biblico-religiosi evidenziano la tendenza a ripercorrere strade già battute, anche minori (favolistica morale in versi, versi burleschi), con l’obiettivo di mostrarsi padrone di un’intera tradizione tecnico-espressiva. Forse su suggerimento del canonico G.A. Vogel, profugo alsaziano allora residente a Recanati, cui    sembra risalire anche l’idea dello Zibaldone, il L. tradusse le Odi e l’Arte poetica di Orazio nella metrica “barbara” di G. Fantoni; mentre la sua materia andava dilatandosi nella struttura del poemetto narrativo (Il Baalamo, Le notti puniche, Il diluvio universale) o nel composito disegno del Catone in Affrica, vero campionario di forme poetiche.

Di uno stadio scolastico più avanzato sono le Dissertazioni filosofiche (1811-12) su questioni di logica, di metafisica, di fisica e di morale (la felicità, le virtù etiche e intellettuali). A parte la prontezza con cui il L. affronta una problematica del tutto nuova, le Dissertazioni si muovono nel solco della teologia cattolica sei-settecentesca (F. Suárez, F. Jacquier, J. Sauri, il cardinale M. de Polignac ecc.), dalla quale il giovane L. trae le ragioni di una verità affrancata dagli esiti del materialismo sensistico e in grado di competere con l’Illuminismo e con il razionalismo.

L’esperienza letteraria degli scritti puerili si prolunga nelle tragedie in tre atti La virtù indiana (1811, che riprendeva l’esotismo del Montezuma di Monaldo) e Pompeo in Egitto (1812). Sulla scia dei più recenti studi filosofici, il L. confutava intanto i negatori del libero arbitrio (Dialogo filosofico sopra un moderno libro intitolato “Analisi delle idee ad uso della gioventù”, 1812), puntando sulla leggerezza della forma dialogica, secondo modelli antichi e moderni (Platone, Cicerone, Luciano, Fontenelle, F. Algarotti). Ma nel 1813 rivelò i suoi principali interessi nella Storia della astronomia dalla sua origine fino all’anno 1811.

La Storia ribadiva la fede nel progresso, nell’ottica di una sapienza coincidente con gli insegnamenti della religione. Il punto di vista, illuministico-cristiano, si univa a una minuziosa esplorazione di testimonianze erudite, accompagnate a loro volta da un vivo interesse filologico. Il L. fu anche un filologo in senso tecnico, attivo soprattutto tra 1813 e 1815, poi nel 1816-17, 1822-23 e 1827, con lavori su autori e opere della tarda grecità (Esichio Milesio, la Vita Plotini di Porfirio, i retori e gli scrittori di storia ecclesiastica dei primi secoli). Corredava i testi, originali o tradotti, con commentari per lo più in latino, elenchi di varianti e ingenti note bio-bibliografiche. L’impegno filologico affiorava quando il L. avanzava le proprie congetture. Su questo terreno dette il meglio di sé, senza confronti. Anche A. Mai, alle cui scoperte di codici si collegò molta sua produzione filologica (dai lavori su Frontone e su Dionigi d’Alicarnasso del 1816-17 a quelli sulla Cronica di Eusebio e sul De re publica di Cicerone del 1823), fu mediocre conoscitore delle lingue classiche (specie del greco); le sue cure si esaurivano nell’illustrazione dei dati puramente esterni, storico-geografici e antiquari. Oltre che nei contributi legati a Mai – prima ammirato ma, dopo la canzone a lui dedicata, giudicato con il tempo in termini aspramente liquidatori – le qualità della filologia leopardiana si confermarono nel periodo romano, culminando nello studio di moralisti e satirici dell’antichità classica, nelle osservazioni testuali su Libanio e i retori greci e in quelle suggerite dall’edizione dei Papiri torinesi curata da A. Peyron (1824-27).

Già nel 1815 l’attività filologico-erudita del L. ebbe qualche risonanza fuori di Recanati. A Roma lo zio materno, Carlo Antici, aveva sottoposto i suoi scritti all’esame di F. Cancellieri. Questi ne parlò nella Dissertazione intorno agli uomini dotati di gran memoria (Roma 1815), enfatizzando il parere equilibratamente elogiativo sul Porfirio dell’epigrafista e diplomatico svedese J.D. Akerblad (che però aveva anche espresso alcune sostanziali riserve su un’opera che prima di essere pubblicata richiedeva una più estesa consultazione del materiale manoscritto). Antici, apprese dal Cancellieri le obiezioni di Akerblad, le comunicò al cognato (che ne rese edotto il L.), non senza auspicare che il figlio lasciasse la filologia per la carriera ecclesiastica, cui sembrava portato e nella quale era prevedibile per lui un avvenire ricco di soddisfazioni.

Consapevole o meno del suggerimento, il L. continuò a coltivare gli interessi eruditi nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815): quasi in coincidenza del suo “passaggio […] dall’erudizione al bello” (Zibaldone, 1741). Rispetto alla Storia della astronomia, da cui provengono alcuni dei temi trattati, la prosa del Saggio acquista in scioltezza e mobilità; nel gioco fra il puntiglio dell’informazione (attinta in prevalenza ai poeti greci e latini) e la varietà dei toni – ironici, riflessivi o coinvolti nell’intrinseca suggestione dei miti – si intravede la via alle Operette morali. L’attenzione formale è tutt’uno con un’ideologia sensibilmente mutata. Ferma restando l’inclinazione illuministico-cristiana del discorso, l’inventario degli “errori popolari” (le superstizioni che ostano alla conoscenza del “vero” metafisico, fisico o naturale) si sottrae all’idea provvidenziale di un progresso immancabile. L’ignoranza degli antichi, per quanto confutata e corretta, si protraeva ancora nei pregiudizi di un secolo che pure si diceva “illuminato”; allo scrittore altro non restava se non farsi banditore della ragione cristiana contro la credulità del volgo, arroccandosi nella fiducia che il “vivere nella vera Chiesa è il solo rimedio contro la superstizione” (Tutte le opere, I, p. 867).

Il distacco del Saggio dall’ottimismo provvidenziale e apologetico della Storia della astronomia annuncia l’emancipazione del L. dall’ideologia familiare. La strada imboccata male si conciliava con la precedente professione di una milizia cattolica volta alla celebrazione del progresso umano sotto le bandiere della fede. L’ultimo suo tributo alle posizioni paterne fu l’orazione Agl’Italiani, in occasione della liberazione del Piceno (1815), per la vittoria degli Austriaci su Gioacchino Murat a Tolentino. Il L. vi condannò la “tirannia” di Napoleone e dei suoi; con la Restaurazione l’Europa tornava alla pace dopo lo sconvolgimento della Rivoluzione. Da ciò l’immagine idilliaca di un’Italia sotto l'”amministrazione paterna di Sovrani amati e legittimi”, garanti della pace e quindi della vera felicità dei popoli, contro ogni illusoria promessa di libertà e indipendenza; alla luce di un patriottismo diviso fra pragmatismo benpensante (“Italiani! rinunziamo al brillante ed appigliamoci al solido”) e orgogliosa rivendicazione di un primato artistico resistente ai saccheggi perpetrati dalle armi francesi (Tutte le opere, I, pp. 872, 873).

Il “passaggio” al bello, “non subitaneo, ma gradato” (Zibaldone, 1741), significava intanto, nel 1816, la conversione alla poesia. Tale passaggio si rispecchia in una serie di impegnate versioni poetiche, oltre che nelle contraffazioni di un Inno a Nettuno (1816) e di due anacreontiche (le Odae adespotae) fatte passare per antiche (1816), e ha i primi significativi sbocchi nell’idillio funebre Le rimembranze e soprattutto nella cantica Appressamento della morte (fine 1816).

Rispetto alla versione delle Odi di Orazio, ferma al gusto genericamente classicheggiante di tanta Arcadia, le traduzioni del 1815-17 mostrano una sensibile correzione teorica. Tradurre è ora, per il L., riprodurre i colori dell’età classica, piegando la lingua alla “naturalezza” e “semplicità” del greco di Mosco o affrancandola da frigide interpretazioni letterali nel caso della burlesca Batracomiomachia, senza rinunciare al “sapor greco” dell’originale (Tutte le opere, I, p. 388). Tale fu il criterio della traduzione del I libro dell’Odissea, del II libro dell’Eneide, del volgarizzamento del Moretum (La torta) e della successiva versione della Titanomachia, dove un linguaggio studiatamente energico mira a riprodurre il primitivismo che sarebbe stato di Esiodo. Allo stile delle traduzioni si collegano i componimenti originali alle soglie della maggiore stagione leopardiana. Nei limiti del divertimento letterario (che sostenne anche il falso volgarizzamento del Martirio de’ Santi Padri, scambiato per autenticamente trecentesco da A. Cesari e pubblicato nel 1826) il suo classicismo torna nel dettato solenne e favoloso dell’Inno a Nettuno, denso di grecismi e latinismi, e in odi in greco sul modello di Anacreonte intessute di ricordi da Omero, Saffo, Euripide, Teocrito e Virgilio. Un ricordo della versione di Mosco resta nella fattura de Le rimembranze, debitrice della raffinatezza di S. Gessner (mediata dalla traduzione di F. Soave), sul registro elegiaco poi costitutivo degli Idilli. Sta a sé l’Appressamentodella morte, dove l’esperienza di traduzione si innesta nel tentativo di una poesia autobiografica che si leva a denunciare i mali dell’esistenza, dalla follia amorosa all’empietà e violenza dei tiranni. Il poemetto (cinque canti in terzine), carico di figurazioni allegoriche e concitatamente predicatorio, deve molto a Dante, al Petrarca dei Trionfi, alle Visioni di A. Varano e alla Bassvilliana di V. Monti.

Per il L. l’Appressamento della morte fu un punto fermo della sua “carriera poetica”; ne pose l’inizio, ritoccato, tra i Frammenti che chiudono il libro maggiore, ma già nel 1820 ne citò la conclusione a prova della propria capacità di dare voce a “certi affetti” quando “le sventure [lo] stringevano e [lo] travagliavano assai” (Zibaldone, 144). La testimonianza riguardava in effetti un momento fondamentale. Pur con enfasi moralistica e artificialità d’impianto, l’Appressamento della morte rifletteva una crisi profonda; le precarie condizioni fisiche portavano al pensiero assillante di una fine vicina (ripreso, nel 1817, nel sonetto Letta la vita dell’Alfieri scritta da esso), mentre nuove, irrinunciabili esigenze – a partire da quella di lasciare Recanati – rafforzavano la percezione di una felicità negata.

In questo quadro ha grande importanza la corrispondenza epistolare con P. Giordani, intanto per la cordialità con cui lo scrittore affermato, avuta in omaggio dal L. la traduzione del libro II dell’Eneide, si dispose verso il giovane. Le lettere del L., particolarmente fitte fra 1817 e 1821, rivelano una fiduciosa espansività. Le confidenze personali (l’insopportabile costrizione recanatese, la precarietà fisica, il desiderio di veder riconosciute le proprie qualità, il tarlo della malinconia) si intrecciano con riflessioni e progetti letterari. Il L., eletto a guida l’interlocutore, lesse i trecentisti con l’interesse prima riservato agli autori del Cinquecento ma soprattutto colse l’occasione di aprire un varco nella propria solitudine intellettuale. A Giordani egli parve il “perfetto scrittore d’Italia”, il nobile virtuoso e dotto a lungo vagheggiato, l’ottimo conoscitore delle lingue classiche persuaso che “il solo scriver bello italiano può conseguirsi coll’unire lingua del trecento a stile greco” (lettera del 21 sett. 1817). Il L., lusingato, non tardò a indirizzarsi all’eloquenza civile, che nel settembre-ottobre del 1818, poco dopo una visita dell’amico a Recanati, dette forma al patriottismo di marca liberale delle canzoni politiche (All’Italia, Sopra il monumento di Dante).

Il poeta si sentì ufficialmente introdotto nella cultura letteraria neoclassica, in appoggio della quale era intervenuto con una Lettera (non pubblicata) alla Biblioteca italiana, in risposta all’articolo di madame de Staël Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni (1816). Gli interessi comuni lo collegavano già a Mai, allora bibliotecario dell’Ambrosiana, successivamente prefetto della Vaticana, ma Giordani lo mise in relazione con numerosi intellettuali del côté classicista: lo storico e filologo greco A. Mustoxidi (dedicatario del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi), D. Strocchi, lo storico C. Rosmini, C. Arici, F. Reina (editore di Parini), G. Mezzofanti, B. Borghesi, A. Peyron, e poi ancora G.B. Niccolini, M. Angelelli, F. Schiassi, G. Marchetti, G. Roverella, G. Grassi, L. Trissino (a cui il L. dedicò la canzone Ad Angelo Mai). Alla stessa cerchia apparteneva G. Perticari, genero e collaboratore di Monti, del quale il L. cercò l’amicizia attraverso il cugino F. Cassi; il loro legame sarà però superficiale e in definitiva deludente. Altra consistenza ebbe l’amicizia con G. Montani, legato al gruppo del Conciliatore, poi a quello fiorentino dell’Antologia. Questi intuì lo spessore delle canzoni civili (“mi conferma nell’opinione, che allora avremo grandi poeti quando avremo gran cittadini”: lettera del 5 maggio 1819); e nel 1827, recensendo le Operette morali, colse l’originalità di quella “musica – altamente melanconica – le cui voci tutte si rispondono e recano all’anima la più grave delle impressioni” (Scritti letterari, a cura di A. Ferraris, Torino 1980, p. 197). Tra gli amici di Giordani e presto del L. fu infine, a Bologna, il servizievole P. Brighenti, cultore di letteratura e musica, ex giacobino e funzionario napoleonico poi divenuto, dopo rovesci economici, confidente della polizia austriaca.

L’amicizia non cancellava la sostanziale differenza fra il classicismo di Giordani, eminentemente accademico, e quello del L., che prese le distanze dalla sua poetica astrattamente normativa difendendo la legittimità del “brutto” in sede estetica e ne respinse il consiglio di esercitarsi nelle traduzioni in prosa prima di tentare le difficoltà del linguaggio poetico (lettera del 30 apr. 1817).

Il L. continuava a sperimentare le risorse del linguaggio in più direzioni: da quella tragica dell’appena abbozzata Maria Antonietta (1816) a quella comica dei Sonetti in persona di ser Pecora fiorentino beccaio (1817) contro G. Mansi, bibliotecario romano colpevole di “parole indegne” verso Giordani e Monti (Tutte le opere, I, p. 318), a quella introspettiva, vistosamente petrarcheggiante (diversa dal contemporaneo diario in prosa, teso alla schiettezza del resoconto sentimentale) dell’Elegia I, intitolata poi Il primo amore – cui seguì nel 1818 l’Elegia II – collegata all’infatuazione per Geltrude Cassi Lazzari, cugina del padre, di passaggio a Recanati (1817).

In quest’ambito le canzoni All’Italia e Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze si offrono come altrettante incursioni nella lirica eloquente, sulla scia del Petrarca civile ma con l’occhio ai pindarici seicenteschi (G. Chiabrera, F. Testi); assunta a chiave interpretativa dell’attualità politica, la classicità si tradusse in vibrata esortazione civile. L’impostazione parenetica delle due canzoni (che aprirono i Canti, avviando la cronologia ideale del capolavoro) fa leva sul contrasto con la stagione del patriottismo, smarrito nei tempi perversi della Restaurazione. Nella seconda canzone il L. si identifica con Dante, nuovo Omero; ma soprattutto nella prima, rifacendo il canto di Simonide di Ceo, il poeta tenta di rivivere la dimensione dell’antichità, oggetto di una nostalgia culturale e morale le cui motivazioni riguardano c0ncetti fondamentali del suo pensiero.

Lo Zibaldone di pensieri – l’imponente diario steso dal luglio-agosto del 1817 al 1832, documento insostituibile della sua storia intellettuale – esordisce perentoriamente: “La ragione è nemica d’ogni grandezza: la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola” (14). Quasi identicamente si esprime il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica (1818). La fedeltà ai classici e alla tradizione nazionale, proclamata nella risposta alla Staël, è argomentata più ampiamente, in polemica con le Osservazioni di L. di Breme. Ai romantici il L. risponde contrapponendo alla condizione moderna, dominata dalla ragione, l’aurora del genere umano, l’età felice della fantasia e delle illusioni non compromesse dall’incivilimento. La poesia, destinata a dilettare con gli inganni dell’immaginazione e perciò contraria al vero razionale, deve ispirarsi alla natura; i poeti moderni, guastati dalla civiltà e dall’intelletto, devono calarsi nel primitivismo di Omero, Esiodo, Anacreonte, Callimaco. È questo il nodo di un classicismo innervato di passione patriottica e politica (nell’apostrofe ai giovani italiani alla conclusione del Discorso e nelle canzoni civili), volto a privilegiare il postulato antropologico della polemica letteraria, quel conflitto natura-ragione che, causa dell’infelicità umana, è presto al centro dell’indagine pessimistica del Leopardi.

Egli situò nel 1819 un altro passaggio, quello dal bello al vero filosofico: una “mutazione totale”, identica al trapasso dell’umanità dalla condizione primigenia alla moderna. Un forte abbassamento della vista, impedendogli la lettura, gli fece sentire l’infelicità in modo “assai più tenebroso”, e lo portò a “riflettere profondamente” e a provare “l’infelicità certa del mondo, in luogo di conoscerla” (Zibaldone, 143-144).

La nuova conversione comportò una sorta di paralisi della fantasia, il venire meno della capacità di reagire anche a spettacoli naturali; escluso perciò l’accesso alla poesia vera, quella antica e dell’immaginazione, non restava che attingere alla materia sentimentale e filosofica, sola consentita a un moderno. Esemplificando l’accaduto, il L. citava la sua produzione del 1819, dove la facoltà inventiva si sarebbe limitata ad “affari di prosa”, mentre nei versi le immagini sarebbero sgorgate a stento, lasciando posto esclusivamente al sentimento. L’allusione alla prosa riguardava i cosiddetti Ricordi d’infanzia e di adolescenza, una congerie di appunti autobiografici per un romanzo di argomento amoroso e politico, in parte epistolare, sul modello del Werther e dell’Ortis. Egli intendeva riprodurre i momenti salienti di una vita interiore dominata dall’attesa della morte, ma palpitante di passione antitirannica e attratta dalla bellezza femminile e dal desiderio d’amore, evocando esperienze anche minime – sensazioni visive e acustiche, raccordi spontanei, fantasie – del proprio passato intimo. Sul progetto tornò in seguito (nel 1825 pensò a una Storia di un’anima scritta da Giulio Rivalta), non andando oltre rapide annotazioni. L’accenno ai versi alludeva a due canzoni poi rifiutate, Per una donna inferma di malattia lunga e mortale e Nella morte di una donna fatta trucidare col suo portato dal corruttore per mano ed arte di un chirurgo, nelle quali l'”infelicità certa del mondo”, verificata e non solo nota concettualmente, si era espressa come effusione sentimentale a forti tinte emotive, incline nella seconda canzone a certa crudezza patetica già rimproverata ai romantici. Lo sperimentalismo leopardiano, ribadito peraltro dalla Telesilla (dramma pastorale incompiuto ricavato dal poema cinquecentesco Girone il cortese di L. Alamanni, riletto in chiave tragicamente conflittuale), risultava qui scarsamente produttivo: gli spunti di una problematica esistenziale destinata a grandi sviluppi riuscivano banalizzati, come sopraffatti dalla concitazione.

Altrimenti redditizio fu il percorso avviato sempre nel 1819 da L’infinito e proseguito probabilmente nello stesso anno da Alla luna e dal Frammento XXXVII (originariamente: Lo spavento notturno). Il L. intraprendeva il ciclo che disse degli Idilli e che avrebbe pubblicato solo nel 1825, dedicato a rappresentare “situazioni, affezioni, avventure storiche del [suo] animo” (Tutte le opere, I, p. 372).

Sciolto l’ingorgo sentimentale delle canzoni rifiutate, il L. fissò alcune intense sensazioni e suggestioni: il perdersi nella dimensione mentale, prelogica, dell’infinito spazio-temporale (L’infinito); il piacere del ricordare, pur nella coscienza di un destino doloroso, nel passato come nel presente (Alla luna); l’attrazione culturale del primitivo, recuperato nelle movenze di una svagata fantasia pastorale (Frammento XXXVII). Le avventure idilliche non eludevano le verità generali su cui andava costruendo un “sistema” di pensiero, perché ne accertavano l’urgenza e fondatezza razionale, verificandole sul terreno del vissuto. In questa prospettiva il confronto con il “ver0” poté trapassare dalle emozioni private a considerazioni di assoluta portata storico-morale (La sera del dì di festa, 1820); oppure insinuarsi nella trama letteraria de Il sogno (1820-21), dove il tema petrarchesco convoglia motivi e toni del Monti dei Pensieri d’amore; o infine scandire drammaticamente le ore del giorno su una traccia che tradisce l’influenza congiunta di Parini e di Pindemonte (La vita solitaria, 1821).

Intanto un ingenuo tentativo di fuga, nel luglio del 1819, era stato la spia di una situazione fattasi insostenibile. Non appena maggiorenne il L. si risolse a rompere con la famiglia e con Recanati. Un conoscente del padre, S. Broglio d’Ajano, gli ottenne il passaporto per il Lombardo-Veneto, ma Monaldo bloccò l’iniziativa. In una lettera al padre acclusa a un’altra indirizzata al fratello Carlo, il L. lo accusò di condannarlo a “vivere e morire come i [suoi] antenati”; abbandonarsi “a occhi chiusi” – scrisse a Carlo – “nelle mani della fortuna” era l’unico modo di sottrarsi a una miserabile vita di “orribili malinconie”, laddove egli preferiva “essere infelice che piccolo” (lettera a Carlo e Monaldo, fine luglio 1819). Il padre si convinse ancor più che il figlio fosse male influenzato da Giordani; il L. tornò a sperimentarne l’ingombrante tutela quando, nel 1820, composta la canzone Ad Angelo Mai, la inviò a Brighenti con le due dell’anno precedente in vista di una pubblicazione a Bologna. Quando Monaldo si oppose a questo e a una ristampa di All’Italia e Sopra il monumento di Dante, egli poté solo protestare contro l’interferenza, estesa anche a Nella morte di una donna, il cui titolo avrebbe fatto immaginare al genitore “mille sozzure nell’esecuzione, e mille sconvenienze del soggetto”. Il L. stampò la sola canzone a Mai (presto vietata nel Lombardo-Veneto), il cui titolo non poteva impensierire il padre, non sospettandone questi l'”orribile fanatismo” (lettera a P. Brighenti, 28 apr. 1820).

Enunciando nello Zibaldone il passaggio dal “bello” al “vero”, egli mise a fuoco l’aspetto forse più delicato della propria identità di scrittore: il nesso strettissimo tra riflessione filosofico-morale e miti poetici, dato acquisito dalla critica postidealistica contro una lettura frammentaria intesa (da F. De Sanctis a B. Croce) a sorprendere nei Canti una liricità indenne da sovrastrutture intellettualistiche, ma anche contro semplicistiche riduzioni della poesia a meccanico rispecchiamento delle idee. La poetica del vero sottendeva una funzione conoscitiva, intrinsecamente filosofica, della letteratura e diveniva base di un pensiero a cui concorrevano il momento zibaldoniano della concettualizzazione e quello che diremmo della riflessione lirica, condotta con gli strumenti della poesia (si rimanda agli studi di W. Binni, C. Luporini, S. Timpanaro; e fra i più recenti a quelli di C. Galimberti, L. Blasucci, A. Dolfi, M. Santagata). L’impossibilità di rivivere la condizione degli antichi avviò la fase di rimpianto dello stato naturale, che durò nella storia del L. fino al 1822. La natura, madre benefica e previdente, aveva garantito un’esistenza felice all’umanità primitiva, ignara della verità ma animata da illusioni e passioni; il prevalere della ragione in età moderna aveva inaridito le facoltà vitali e introdotto, con l’egoismo, la noia, il vuoto e la nullità del mondo. Su questa tematica e le sue articolazioni nello Zibaldone ruotano le canzoni degli anni 1820-22. In Ad Angelo Mai, quand’ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica (1820), l’impegno civile illustra la frattura fra passato e presente con un motivo foscoliano, la rassegna dei grandi italiani (da Dante ad Alfieri), testimoni di una realtà decaduta nell’attuale squallore. La condanna del “secol morto”, nel ritrovato impianto parenetico delle canzoni del 1821, Nelle nozze della sorella Paolina e A un vincitore nel pallone, addita gli esempi da seguire nella classicità: la romana Virginia, per le donne consapevoli del ruolo di spose e di madri; la “sudata virtude”, principio di una pedagogia che, valorizzando l’esercizio fisico e l’agonismo, educhi la gioventù italiana alla virile abnegazione dei Greci a Maratona. Nel Bruto minore (pure del 1821) alla delusione dell’eroe dopo la battaglia di Filippi seguono il rinnegamento della virtù e la denuncia della sua illusorietà, con la scelta alfieriana e ortisiana di darsi la morte per una passione libertaria che non sottostà a proibizioni religiose. La nostalgia dell’età perduta si accampa nella canzone Alla Primavera, o Delle favole antiche (1822), dove con ricercata eleganza il L. collega i miti classici alla stagione della piena armonia degli esseri umani con la natura, quando quest’ultima, fantasticamente animata, non era ancora resa estranea dall'”atra face del ver”. Nello stesso anno l’Ultimo canto di Saffo, denso di elementi ossianici e preromantici, presentò il suicidio in termini diversi dal Bruto minore. Lo stato d’animo che aveva portato la poetessa, priva di bellezza e non corrisposta nell’amore per Faone, a togliersi la vita era più teneramente dolente e ricco di sfumature. La requisitoria contro la natura, pervasa del sentimento di un’ingiusta esclusione, era ristretta a un caso personale (leggibile peraltro in chiave autobiografica) ma sul punto sempre di divenire larga considerazione dell’esistenza e del dolore umano. L’Ultimo canto fa intravedere il ribaltamento del concetto della natura materna. Ma la felicità primitiva ridiventa, nello stesso 1822, oggetto di rimpianto nell’Inno ai patriarchi, o De’ principii del genere umano: grandioso affresco biblico, dove l’idea originaria di un canto religioso (secondo un progetto di Inni cristiani risalente al 1819) diviene rimpianto dei tempi propizi all'”umana stirpe” e polemica verso i moderni, che in nome di una pretestuosa missione civilizzatrice esportano la propria infelicità presso popoli che vivono nella beata inconsapevolezza voluta dalla “saggia natura”.

Per quanto esposta a dubbi fin dal 1819, la concezione positiva della natura resisté nel L. finché ritenne che l’umana sofferenza nascesse alla fine dell’antichità, con l’avvento della ragione e del vero. Un primo mutamento è implicito nella “teoria del piacere”, riconoscimento su basi sensistiche (in pagine dello Zibaldone del 1820-21) del meccanismo psicologico che, stimolando i viventi a cercare una felicità senza limiti, li condanna alla frustrazione di un desiderio fatalmente inappagato. Esso divenne radicale con la scoperta del pessimismo antico, accennata nella Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte (1822) e confermata nel soggiorno romano dalla lettura del Voyage du jeune Anacharsis di J.-J. Barthélemy e di Plutarco. L’infelicità era insita nella natura; non poteva non cadere ogni nostalgia verso il passato.

Dal 23 nov. 1822 al maggio 1823 il L. fu a Roma presso lo zio Antici. Le lettere ai genitori e ai fratelli testimoniano una grande delusione; la grande città lo sgomentò e i monumenti lo lasciarono indifferente, ma fu deluso soprattutto dalla cultura romana, che lo accolse come filologo ed erudito. Nel 1819 aveva richiesto a Broglio il passaporto per il Lombardo-Veneto o in alternativa per la capitale pontificia, dove sperava di esprimere le sue inclinazioni meglio che a Recanati, ma ora Cancellieri gli parve “un coglione, un fiume di ciarle, il più noioso e disperante uomo della terra” (lettera a Carlo Leopardi, 25 nov. 1822). Giudicò negativamente, con qualche ingiustizia, la moda antiquaria e archeologica; al senso di estraneità si accompagnava in lui solo il “piacere delle lagrime”, come dinanzi al sepolcro del Tasso (allo stesso, 15 febbr. 1823). Apprezzò invece gli intellettuali stranieri conosciuti perlopiù attraverso J.G. Reinhold, plenipotenziario dei Paesi Bassi: il grecista F.W. Thiersch, professore a Monaco, suo convinto estimatore, l’archeologo C. Bunsen, B.G. Niebuhr, ministro di Prussia, il belga A. Jacopssen. Con un nuovo interesse per la filologia prese a catalogare i codici greci della Barberiniana e accolse l’offerta di F. De Romanis, editore delle Effemeridi letterarie e del Giornale arcadico, di tradurre tutti i dialoghi di Platone. Ma il progetto non ebbe seguito, così come cadde la speranza di ottenere un impiego a Roma.

Il L. aveva rinunciato all’aspirazione a lungo coltivata – per la quale chiese aiuto allo zio, a Perticari e a Mai – di una collocazione alla Biblioteca Vaticana; la morte di Pio VII e la sostituzione di E. Consalvi alla segreteria di Stato vanificarono anche le promesse fatte al Niebuhr (e, dopo la partenza di questo, a Bunsen) di sistemarlo come cancelliere del Censo, mentre seguitò a rifiutarsi di prendere i voti in vista della carriera ecclesiastica vagheggiata per lui da Antici. Il ritorno a Recanati gli riservò un’ulteriore delusione. Nella Barberiniana aveva scoperto un’orazione di Libanio, che avrebbe voluto pubblicare, ma fu preceduto da Mai, imbattutosi nello stesso testo in altri manoscritti; a torto o a ragione il L. pensò a un “dispetto” personale (lettera a G. Melchiorri del 14 luglio 1823) e interruppe i rapporti con Mai.

Con il mito della natura materna poté pensare che venisse meno anche la condizione della poesia, travolta da una problematica a cui più si addicevano la ragionevolezza e il distacco della prosa. Siamo vicini alle Operette morali e al periodo del silenzio poetico, che sarebbe terminato nel 1828. Prima dell’interruzione la canzone Alla sua donna (1823), deponendo la sostenuta eloquenza e gli ardimenti stilistici delle precedenti, proclamò un’aspirazione assoluta di bellezza e di amore e, a fronte della negatività del reale, rivendicò la consistenza e l’autosufficienza della pura creazione mentale, fuori da evasioni metafisiche, platoniche e spiritualeggianti, precluse dall’abbandono (fra 1821 e 1822) della fede religiosa. Solo nelle Operette morali, nel 1824, il L. corresse espressamente la sua posizione sulla natura; la correzione venne in corso d’opera con il Dialogo della Natura e di un Islandese, affidata all’immagine mostruosa e smisurata di una donna indifferente alla sorte delle sue creature e unica responsabile delle loro sofferenze.

Il disegno delle Operette, risalente al 1819-20 (“Dialoghi satirici alla maniera di Luciano”: Tutte le opere, I, p. 368) era stato avviato in abbozzi di “prosette satiriche” di cui il L. accennò a Giordani il 4 sett. 1820 (Novella: Senofonte e Niccolò Machiavello, Dialogo… Filosofo greco, Murco senatore romano, popolo romano, congiurati, Dialogo di un cavallo e un bue, Dialogo Galantuomo e mondo). Intendeva trattare in chiave comica la corruzione morale dei moderni, anticipando rispetto al Bruto minore il tema della virtù rinnegata e dando risalto a un’aspra critica contro l’antropocentrismo. Le Operette stemperarono l’aggressività in ironia sulla presunzione degli uomini, non rassegnati alla loro infima parte nell’universo; la brama di felicità si commisurò alla realtà disperante del “tedio”; la distinzione fra “esistere” e “vivere” culminò nell’individuazione di rimedi solo negativi al supremo patimento della noia (distrazione, ebbrezza, ricerca del pericolo, “dimenticanza di se medesimi”). Il discorso – di volta in volta narrazione, apologo, dialogo, brano lirico-riflessivo – si aprì con l’allegoria solenne della Storia del genere umano, tramata di ricordi platonici; proseguì sulla falsariga comico-realistica del modello lucianeo (Dialogo d’Ercole e di Atlante) e con spunti paradossali e satirici di derivazione più vicina (pariniana nel Dialogo della Moda e della Morte; da T. Boccalini nella Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi e forse da Voltaire nel Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo). Accantonata l’irrisione, ma non la reinvenzione fantastica, affrontò il problema della felicità e del piacere (Dialogo di Malambruno e di Farfarello, Dialogo della Natura e di un’Anima), tornando quindi alla maniera ironica di Luciano (Dialogo della Terra e della Luna, La scommessa di Prometeo) prima di ritrovare le ragioni di un fermo scetticismo verso gli illusori progressi della scienza (Dialogo di un Fisico e di un Metafisico), come già della tecnica. Personaggi storici, a partire dal Tasso, furono introdotti a esemplificare gli assunti del poeta: il confronto fra la realtà e l’immaginazione o il sogno, in rapporto alla noia (Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare); la scoraggiante difficoltà di conseguire la gloria specialmente nella letteratura filosofica (Il Parini, ovvero Della gloria); la piacevole naturalezza del trapasso dalla vita alla morte, paragonabile a quello dalla veglia al sonno (Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie). Interrotti dalla “singolare” filosofia socratica di un personaggio d’invenzione (Detti memorabili di Filippo Ottonieri), gli exempla riprendono a proposito dell’utilità del rischio per vincere la noia dell’esistenza (Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez); mentre alla remota sapienza del neoplatonico Amelio l’Elogio degli uccelli attribuisce l’esaltazione, fra seria e paradossale, di una vita totalmente affrancata dai pesanti condizionamenti terreni. Alla luce della verità antinaturalistica emersa nel frattempo nel Dialogo della Natura e di un Islandese, il L. suggellò l’opera in senso apocalittico accreditando fantasticamente una tradizione cabalistica conveniente allo “spaventoso” mistero dell’esistere (Cantico del gallo silvestre). Ma a chiudere il libro nell’edizione del 1827 provvede il Dialogo di Timandro e di Eleandro, per il carattere apologetico e insieme di consuntivo: non l’odio verso i suoi simili ha ispirato le Operette, ma l’insofferenza per ogni infingimento e la constatazione della “infelicità necessaria di tutti i viventi”, da cui discende la scelta di rispondere con il riso ai mali comuni.

L’edizione del ’27 comprese anche il Dialogo di un lettore di umanità e di Sallustio, escluso in quella napoletana del 1835. La seconda edizione fiorentina (1834) incluse due operette composte nel 1832 (Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere, Dialogo di Tristano e di un amico); invece dopo qualche incertezza il L. risolse di non pubblicarne due del 1827 (Il Copernico, dialogo e il Dialogo di Plotino e di Porfirio): nel 1835 una stampa napoletana, che le prevedeva assieme al Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco del 1825, anch’esso inedito, fu bloccata a causa della censura.

La sofferenza umana è intrinseca a un “perpetuo circuito di produzione e distruzione” (Tutte le opere, I, p. 117) ordinato alla conservazione dell’universo, che solo interessa alla natura. Il Dialogo della Natura e di un Islandese formula l’interrogativo ultimo: a chi giova che il mondo si conservi “con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono”? L’assenza di risposta rivela il punto di vista ormai seccamente antiprovvidenziale del L.; un pessimismo “cosmico”, che B. Zumbini distinse da quello “storico” precedente, rimasto definitivo nel suo pensiero.

Il L. trasse i termini di una spiegazione scientifica e atea del male di esistere dalla cultura settecentesca, specie sensistica; suoi interlocutori più o meno diretti furono Rousseau, Montesquieu, Voltaire, Condillac, Verri, Beccaria, Helvétius, Holbach, La Mettrie. La denuncia del degrado etico-esistenziale dei moderni divenne odio per la natura; la commiserazione della condizione umana si unì alla negazione del principio, sia illuministico sia cattolico-liberale, della perfettibilità e del progresso; la vana tensione dell’uomo al piacere esaltò la contraddizione fra la consapevolezza che il bene autentico consiste nella morte e il tenace attaccamento alla vita, l’istinto attraverso il quale la natura perpetra un suo orrido inganno per assicurarsi il mantenimento della specie.

Il materialismo meccanicistico, ribadito nel Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco (1825), si accordava con l’interesse del L. per la morale ellenistica e segnatamente stoica, durato fin verso il 1827 e certificato dalle traduzioni di Isocrate e soprattutto del Manuale di Epitteto. Pur credendo impossibile l’atarassia, l’imperturbabilità stoica gli sembrò l’atteggiamento migliore, per i moderni più che per gli antichi; se la realtà consente solo una rassegnata accettazione, la morale dell’astensione è scelta obbligata per un “animo forte e grande” (la definizione è nel Parini), cosciente che ogni pretesa di incidere sui fatti del vivere è fallace. La polemica con il razionalismo e la indiscriminata avversione per gli effetti dell’incivilimento trapassarono in una valutazione più articolata. Anche se fa “strage delle illusioni”, il sollevarsi dei popoli alla cognizione della vanità delle cose è un valore intrinseco, ancorché nel caso italiano origini un cinico allentamento dei legami sociali: in un’ottica, comunque, non disposta a confondere l’ingenuità degli antichi con la “barbarie” delle superstizioni e pregiudizi medievali, dai quali ci avrebbero liberato Rinascimento e Illuminismo (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, 1824 o forse 1826; Tutte le opere, I, pp. 969, 978). L’avvenuta riabilitazione della ragione illuministica, in senso chiaramente laico e antispiritualistico (sulla linea già dei Paralipomeni della Batracomiomachia e de La ginestra), si associò alla più recente persuasione – testimoniata nell’Epistola al conte Carlo Pepoli (1826), unica eccezione (di gusto tra oraziano e pariniano) al silenzio poetico di quegli anni – circa i “diletti” del vero: quelli della filosofia, cui il L. pensava di dedicare “l’ingrato avanzo della ferrea vita” (vv. 139, 152).

Nel frattempo si era data la tanto desiderata opportunità di lasciare Recanati. Invitato dall’editore A.F. Stella a dirigere un’edizione delle opere di Cicerone, il L. partì per Milano nel luglio 1825, giungendovi il 30 dopo un breve soggiorno a Bologna. Per circa due mesi fu ospite dello Stella; dal tardo settembre al 3 nov. 1826 fu a Bologna dove, trascorsi alcuni mesi in famiglia, tornò il 26 apr. 1827; il 20 giugno proseguì per Firenze, dove rimase fino all’ottobre, quando si trasferì a Pisa, attratto dal clima, fino agli inizi di giugno del 1828. Rientrato nel capoluogo toscano, ne ripartì nel novembre per Recanati in compagnia di V. Gioberti, conosciuto un mese prima al Gabinetto Vieusseux.

L’incontro con Milano fu negativo. A parte il vecchio Monti, che il L. visitò appena arrivato, la cultura milanese, manzoniana e romantica, gli rimase estranea, così come quella della Biblioteca italiana, che non gli era stata né gli sarebbe stata mai amica, a partire dal direttore G. Acerbi (l'”infame diffamato mascalzone […] che tutti predicano per spia pubblica”: lettera di P. Giordani del 31 dic. 1817). Isolato, e pentito di avere accettato l’incarico dello Stella, dopo aver redatto due Manifesti e la Notizia bibliografica per un’edizione di tutte le opere di Cicerone ripartì per Bologna. Qui intraprese per lo stesso Stella l’ingrato commento alle Rime di Petrarca (pubblicato nel 1826), cui seguirono presso il medesimo editore la Crestomazia italiana della prosa (1827) e la Crestomazia italiana poetica (1828); tradusse poi, fra novembre e dicembre del 1825, il Manuale di Epitteto. A Bologna vide la luce anche la raccolta dei Versi (Stamperia delle Muse, 1826), che affiancarono le dieci Canzoni edite nel 1824 nella stessa città (per i tipi del Nobili, a spese dell’autore e con la mediazione del Brighenti); e dove ripubblicò i sei Idilli apparsi nel 1825 sul milanese Nuovo Ricoglitore, le due Elegie, i Sonetti in persona di ser Pecora fiorentino beccaio, la Guerra dei topi e delle rane (e cioè la traduzione della Batracomiomachia già stampata nel 1816) e il volgarizzamento della Satira di Simonide sopra le donne. Vi stampò infine l’Epistola all’amico Pepoli, letta dal L. nell’Accademia dei Felsinei il lunedì di Pasqua del 1826.

A Bologna il poeta si invaghì della quarantunenne contessa fiorentina Teresa Carniani Malvezzi, colta traduttrice di Cicerone e di A. Pope, amica di Monti; non ricambiato, ruppe presto ogni rapporto. Nello stesso periodo svanì la speranza nel posto di segretario della Accademia di belle arti, per il quale il Bunsen gli aveva procurato l’appoggio del cardinale G.M. Della Somaglia, segretario di Stato di Leone XII; stesso esito ebbe l’aspettativa per una cattedra di eloquenza latina e greca nella Sapienza romana o di qualche sistemazione nella Biblioteca Vaticana. Agli ostacoli burocratici una relazione del cardinale P.F. Galeffi a Leone XII unì riserve sul L., amico di “persone già note per il loro non savio pensare” e che aveva rivelato “sentimenti assai favorevoli alle nuove opinioni morali e politiche in certe odi italiane da lui stampate” (le Canzoni del 1824); le sue qualità avrebbero dato più frutto nella capitale, sotto gli “occhi del Governo” (A. Giuliano, G. L. e la Restaurazione, pp. 105-110).

Dopo il rientro a Recanati e il secondo soggiorno bolognese il L. entrò in diretto contatto con la fiorentina Antologia. Già nel 1824 Vieusseux lo aveva invitato a fornire alla rivista articoli sulle “novità scientifiche e letterarie dello Stato pontificio”; ma il poeta, oltre ad alcune sensate osservazioni, aveva fatto presente la difficoltà per lui di un’adeguata informazione nel “deserto” in cui viveva (lettere di Vieusseux, 15 genn. 1824, e del L., 2 febbraio). Nel 1826, inviandogli il numero dell’Antologia dove (su pressioni di Giordani) erano apparse tre delle Operette morali, Vieusseux gli aveva di nuovo prospettato una collaborazione fissa con scritti satirici di impegno sociale, ma il L. si era detto “nella filosofia sociale […] un vero ignorante”, condannato alla solitudine (“anche in mezzo alla conversazione, nella quale, per dirlo all’inglese, io sono più absent di […] un cieco e sordo”) e la cui filosofia non era del “genere che si apprezza ed è gradito in questo secolo” (lettere di Vieusseux, 1° marzo 1826, e del L., 4 marzo). A Firenze, oltre a Vieusseux, conobbe di persona i cattolico-liberali della sua cerchia, in particolare G. Capponi, G. Montani, G.B. Niccolini, P. Colletta e N. Tommaseo (che gli fu sempre ostile, forse per il giudizio giustamente severo da lui formulato, senza conoscerne l’autore, sui criteri dell’edizione ciceroniana elaborati per lo Stella). Incontrò anche Manzoni e avvicinò alcuni degli esuli napoletani allora a Firenze (C. Troya, G. e A. Poerio, P.E. e M. Imbriani); nel 1828, tramite A. Poerio, conobbe A. Ranieri, compagno nell’ultima parte della vita.

La permanenza a Pisa, pur turbata al termine dalla morte del fratello Luigi (4 maggio 1828), fu di eccezionale benessere fisico e psicologico. Il L., confortato dalla mitezza del clima, fu finalmente a suo agio in una città di dimensioni umane: “un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto” (lettera a Paolina Leopardi, 12 nov. 1827). Pisa fu anche un luogo di relativa spensieratezza mondana e di cordiali amicizie. Vi consolidò il legame con lo scienziato e linguista G. Cioni, conosciuto a Firenze nell’ambiente dell’Antologia, tramite il quale entrò in familiarità con G. Carmignani, insigne giurista appassionato di letteratura. Ma soprattutto divenne amico di G. Rosini, docente di eloquenza italiana e scrittore eclettico, della cui Monaca di Monza (composta in quel periodo) rivide poi la forma.

L’Epistola a Pepoli annunciò le Operette morali, apparse nel 1827 (ed. Stella); e corrispose, per l’esplicita rinuncia alla poesia, a una decisione che il L. poté credere definitiva. Ancora nel 1827, d’altra parte, incrementò il numero delle prose filosofiche. Ne Il Copernico la satira dell’antropocentrismo lasciò spazio, fra l’altro, a giocose osservazioni sul ruolo della poesia e della filosofia, in rapporto rispettivamente alla giovinezza e all’età matura; mentre la ripresa del tema del suicidio, nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, se fu occasione di ampliare (e rafforzare) la visuale del Bruto minore, accolse anche motivazioni sentimentali che, connesse con il “senso dell’animo” che ci sollecita a perseverare nella vita, militano contro l'”atto fiero e inumano”, egoisticamente dimentico del dolore provocato in amici e parenti. Sulla poesia, però, il L. continuava a riflettere, affermando nel 1826 il primato della lirica (“espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo e ben sentito”: Zibaldone, 4234), in sintonia con ragioni teoriche che, riassunte nel titolo Canti, informano specialmente i componimenti pisano-recanatesi del 1828-30. A parte la constatazione semiseria di quanto poco conti il lavoro di lima per uno scrittore moderno (Scherzo, 1828), il ritorno alla poesia – confidato alla sorella Paolina in una lettera da Pisa del 2 maggio 1828 (“ho fatto dei versi quest’aprile; ma versi veramente all’antica […]”) – è fatto coincidere con la rinascita del cuore, la rinnovata capacità di sentire, su cui insiste Il Risorgimento (1828) nelle agili movenze di una canzonetta arcadica modellata su Il brindisi di Parini. La recuperata vitalità e reattività affettiva non riaccende la speranza, perché coesiste con l'”infausta verità” sempre immanente. La fine della capacità di sognare e sperare, all'”apparir del vero”, si fissò poi nella figura di una giovane morta precocemente, nel gioco fra ricordo autobiografico e trasposizione simbolica. In A Silvia (1828) riemergono gesti e pensieri della giovinezza, restituendo al poeta – nel metro di una canzone libera, affabilmente discorsiva – il calore della loro beata, virginale inesperienza, drammaticamente confrontata con la scoperta degli inganni della natura. Su un’altra delicata immagine femminile, Nerina, si condensa la tensione memoriale negli endecasillabi sciolti de Le ricordanze (1829): nella piacevolezza e anzi dolcezza del ricordare (indipendenti dai ricordi in se stessi), consistenti nell’illusione di rinverdire la fiducia nel futuro propria della fanciullezza, irrompono “il pensier del presente”, la certezza dell’irrevocabilità del passato, la straziata percezione del finito per sempre, che trasformano il “dolce rimembrar” in “rimembranza acerba”. Alle esperienze personali il L. continuerà ad attingere nei canti seguenti, riproducendo scene di vita borghigiana, evidentemente recanatese, a cui si collegano – nella struttura della canzone libera, bipartita fra un momento descrittivo e uno ragionativo – inconfutabili verità: il carattere solo negativo del piacere, sensisticamente inteso come privazione del dolore (La quiete dopo la tempesta, 1829); e, ancora, l’illusorietà della speranza, esemplificata nell’aspettativa del giorno festivo, posta a confronto con la “tristezza e noia” che questo puntualmente arreca (Il sabato del villaggio, 1829). Deposta la materia autobiografica e la connessa poetica della ricordanza, nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (1829-30) il L. ritrova il proprio pessimismo radicale, che chiude una lunga elaborazione lirico-concettuale, tesa a imprimere nelle strofe libere (o lasse, propriamente) i segni di una sapienza remota, collocata fuori di un tempo determinato e di uno spazio circoscritto.

Dedicando la prima edizione dei Canti (ed. G. Piatti, Firenze 1831) agli “amici suoi di Toscana” il L. sciolse un debito di gratitudine per la generosa iniziativa che gli aveva consentito di vivere per un anno a Firenze a loro spese e si accomiatò “dalle lettere e dagli studi”, compromessi dalle peggiorate condizioni fisiche, nella prospettiva di ripiombare peraltro nell’inferno recanatese (Tutte le opere, I, p. 53). Ma a Recanati non tornò più. Al seguito di Ranieri si aprì il travagliato periodo conclusivo di un’esistenza afflitta dalle difficoltà economiche oltre che dallo stato di salute, che lo vide diviso tra Firenze e Roma e poi a Napoli, dal 1833 alla morte.

Dalla fine del 1828 alla primavera del 1830 era tornato a sperimentare la costrizione di una vita alla quale pareva impossibile sottrarsi. Venuto meno il compenso pattuito con lo Stella ed escluso il ricorso all’aiuto paterno, per lasciare Recanati gli occorreva un lavoro compatibile con le precarie condizioni fisiche, l’ufficio pubblico che non aveva ottenuto né nello Stato pontificio, “dove ogni cosa è per li preti e i frati”, né fuori, dove “un forestiero” non aveva “speranza d’impieghi” (lettera a P. Colletta, 16 genn. 1829). Andati a vuoto ripetuti tentativi di Bunsen, compresa l’eventualità – frustrata nel 1826 dalle solite ragioni di salute – di una cattedra di letteratura italiana a Berlino o a Bonn, non rimase al L. che sperare nell’aiuto degli amici. Nel 1829 F. Maestri, genero del medico e scienziato G. Tommasini, conosciuto a Bologna, cercò di sistemarlo nell’Università di Parma come insegnante di storia naturale; Colletta ipotizzò un insegnamento a Livorno, nell’ateneo di cui riteneva prossima l’apertura; Giordani, sconsigliandogli per il clima l’offerta parmense, del resto presto sfumata, insisté con Vieusseux su un trasferimento a Firenze. E proprio alla volta di Firenze, accettando – dopo che alle Operette morali non andò il premio di 1000 scudi bandito dall’Accademia della Crusca (vinto dalla Storia d’Italia di C. Botta: il L. ebbe forse l’appoggio del solo Capponi) – un sussidio mensile per un anno offertogli da Colletta a nome di un gruppo di “amici”, il L. partì da Recanati il 29 apr. 1830; vi giunse il 10 maggio, dopo una breve sosta a Bologna. Nell’estate A. Poerio lo presentò a Fanny Targioni Tozzetti nata Ronchivecchi, donna in vista nella società fiorentina, assai probabile ispiratrice dei canti del cosiddetto “ciclo di Aspasia”; strinse inoltre amicizia con il filologo svizzero L. de Sinner e dette inizio al settennale sodalizio con Ranieri, che vorrà farsene memorialista in un infelice scritto pubblicato nel 1880.

Il 20 marzo 1831 il L. fu nominato rappresentante di Recanati nell’Assemblea convocata dal governo provvisorio delle Provincie unite a Bologna, ma il mandato fu vanificato dal ritorno degli Austriaci. Apparve intanto la prima edizione dei Canti, accolti con freddezza da Colletta per la loro “medesima eterna, ormai non sopportabile, melanconia” (Lettere di G. Capponi e di altri a lui, I, Firenze 1884, pp. 331 s.). Nell’ottobre lasciò Firenze per Roma con Ranieri, che voleva raggiungere un’attrice sua amante, l’ungherese Maria Maddalena Signorini di Pelzet. Tornato a Firenze nel marzo del 1832, in una lettera al Vieusseux pubblicata nell’Antologia smentì la paternità degli anonimi Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831 (“quei sozzi, fanatici dialogacci”: lettera a G. Melchiorri, 15 magg. 1832). Infine il 2 sett. 1833 partì con Ranieri per Napoli, dove giunse il 2 ottobre dopo una sosta a Roma. Anche Napoli finì per deluderlo. I cattolico-liberali della rivista Il Progresso (fondata nel 1832 e diretta da G. Ricciardi sulla linea dell’Antologia, nel frattempo soppressa) gli furono subito ostili, respingendone l’ideologia pessimistica e materialistica.

Già prima del suo arrivo C. Dalbono lo aveva escluso da una rassegna della poesia lirica contemporanea; altrettanto fece Matteo Baldacchini, malgrado la simpatia personale di cui darà prova in alcuni versi a lui dedicati; R. Liberatore uscì invece allo scoperto, mettendo a confronto l’Inno ai patriarchi con quello omonimo di T. Mamiani ed esprimendo la sua preferenza per l’autore degli Inni sacri (destinato, certo non casualmente, a esemplificare ne La ginestra l’insulso ottimismo degli spiritualisti). Gli umori antileopardiani, testimoniati nel 1836 da una lettera di A. Poerio – di recente rientrato a Napoli – a Tommaseo, rifluiscono in scritti di S. Baldacchini, come la novella in versi Claudio Vanini e soprattutto il saggio Del fine immediato d’ogni poesia (1836). S. Baldacchini (fratello di Matteo), amico di C. Troya e anticipatore di ideali neoguelfi, nel proprio modello culturale commisto di platonismo cristiano e vichismo, segnato da gusto antiromantico e segnatamente antibyroniano, tracciava una linea maestra della nostra letteratura moderna che da Parini, Alfieri e Monti giungeva al culmine con Manzoni, lasciando fuori Foscolo e il Leopardi. La solitudine intellettuale del poeta non fu risarcita dalle rare manifestazioni di simpatia, come quelle di A. von Platen, autore nel suo diario di un indimenticabile ritratto leopardiano, o di T. Gargallo, umanamente solidale dinanzi alle reazioni negative a Napoli alla II edizione dei Canti (ed. S. Starita, 1835). Una calorosa pubblica dichiarazione di stima di F. Fuoco non fu raccolta, e assolutamente episodica restò la buona accoglienza ricevuta nella visita alla scuola di B. Puoti, rievocata da De Sanctis ne La giovinezza. La delusione del L. fu accentuata dalla forzata rinuncia a stampare le proprie opere con il libraio Starita. Alla nuova edizione delle poesie (estesa al cosiddetto ciclo di Aspasia, al dittico delle “sepolcrali” e alla Palinodia al marchese Gino Capponi, oltre a Il passero solitario) sarebbe dovuta seguire una terza edizione in due volumi delle Operette morali (con l’inclusione del Copernico, del Dialogo di Plotino e di Porfirio e del Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco). Ma il progetto, che prevedeva altri tre e forse quattro volumi di scritti pubblicati sparsamente o ancora inediti, come i Pensieri, fu interrotto dall’intervento della censura (“La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui ed in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto”: lettera a L. de Sinner, 22 dic. 1836).

A smentire presto il congedo dalla letteratura nella dedica agli “amici suoi di Toscana” avrebbero provveduto i canti del ciclo di Aspasia, legati all’amore per la Targioni Tozzetti: espressione di una poetica che, lasciata alle spalle l’esperienza pisano-recanatese, fece leva sulla recente lettura della lirica predantesca – Cavalcanti oltre a Dante e a Petrarca (D. De Robertis) – alla luce di una rinnovata sperimentazione stilistica e di un atteggiamento energicamente contestativo che segna l’intero ultimo tempo della poesia leopardiana.

Il ciclo di Aspasia ricostruì – in strofe libere di endecasillabi sciolti – le fasi della passione per Fanny: dallo “stupendo incanto” dell’animo che si inebria del sentimento amoroso, pur conoscendone la natura illusoria, fino a dimenticare “tutto quanto il ver” (Il pensiero dominante, forse 1831); al desiderio di morire, imparentato al “fier desio” dell’amore in quanto promessa di pace nella consapevolezza della vanità delle cose (Amore e Morte, forse 1832); all’oggettivazione della propria avventura sentimentale, nelle linee di una patetica proiezione narrativa (Consalvo, forse 1832); al disinganno conclusivo, esteso dalla vicenda personale alla certezza della negatività del vivere (A se stesso, forse 1833); all’acre sfogo misogino che, tornando sul tema svolto in Alla sua donna, contrappone alla passione esaurita l’intatta verità dell’idealizzata immagine femminile (Aspasia, forse 1834).

Il disprezzo dell’età presente e dei suoi miti utilitaristici, congiunto al coraggio di guardare in faccia la realtà nella serena attesa della morte, è il tratto saliente dell’immagine di se stesso che L. ora propose. Un’immagine alleggerita nella controfigura affabilmente ironica del Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere (1832), ma ricondotta, sempre nel 1832, al ben altrimenti grave Dialogo di Tristano e di un amico, sunto estremo del suo pessimismo. Qui la finale implorazione della morte scioglie la finzione palinodica cui è consegnata la polemica contro la cultura imperante, che emarginando il poeta lo isola negli interrogativi la cui sola risposta, nelle canzoni “sepolcrali”, è la rinnovata denuncia della crudele illogicità della natura (Sopra un basso rilievo sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accommiatandosi dai suoi; Sopra il ritratto di una bella donna scolpita nel monumento sepolcrale della medesima: 1834-35). Ancora a una finta ritrattazione affidò dal 1830 la ferma polemica con l’ottimismo spiritualistico dei cattolico-liberali toscani e napoletani. Negli endecasillabi sciolti della Palinodia al marchese Gino Capponi (1835) il L. dette fondo alle ragioni del suo materialismo e laicismo, rovesciando il mito di una virgiliana età dell’oro e ribadendo, in un probabile cenno a Tommaseo, l’intento di sfidare l’impopolarità con un atteggiamento radicalmente negativo, impermeabile a mode, alle suggestioni del progresso tecnico-scientifico e a ogni soluzione religiosa. Il suo sentimento verso il destino, aveva confidato a L. de Sinner, sarebbe rimasto quello del Bruto minore: alieno dal cercare conforto in una pretesa felicità futura e ancorato ai risultati di una “philosophie désespérante” (la stessa invocata nel Tristano), che chiedeva ai lettori di discutere nei suoi fondamenti razionali, astenendosi da spiegazioni riduttive, biografiche e psicologiche (lettera del 24 maggio 1832). Nell’emblema de Il passero solitario, scritto verosimilmente dopo il 1831 – forse a Firenze o forse a Napoli, in prossimità dell’edizione Starita – ma risalente a uno spunto più antico, addirittura del 1819, ritrasse la condizione innaturale di una giovinezza schiacciata dalla consapevolezza del futuro. La retrodatazione del testo alla stagione idillica dissimulava l’anacronismo tecnico (il metro della canzone libera, di là da venire), accreditando uno stato d’animo anticipatamente senile, sordo ai richiami della natura e delle illusioni. Al dramma dell’incomprensione e dell’alterità dal resto degli uomini, che l’afflisse in particolare negli anni napoletani, il poeta tentò di reagire con l’arma della caricatura nel capitolo bernesco I nuovi credenti (1835-36), escluso dai Canti, e con quella della satira nei Paralipomeni della Batracomiomachia, il “libro terribile” (Gioberti) composto in otto canti fra il 1831 e il 1836, sul modello degli Animali parlanti di G. Casti: documento di un ostinato razionalismo che dagli obiettivi immediati dell’allegoria politica (la vacuità dei topi liberali, a fronte delle rane legittimiste e all’ottuso dispotismo degli Austriaci, raffigurati dai granchi) giunge a una larga e aspra diagnosi comica delle deformazioni mentali – soprattutto le mistificazioni dell’ottimismo progressista e dello spiritualismo – che si frappongono alla conoscenza del vero. Sul registro dell’aforisma e della prosa morale il L. redasse infine fra 1832 e 1836 i centoundici Pensieri “sur les caractères des hommes et sur leur conduite dans la Société” (lettera a Sinner, 2 marzo 1837). Il materiale, ricavato in buona parte dallo Zibaldone, restituiva una riflessione oscillante fra la pensosa severità della critica di costume e la più distaccata ironia di chi osserva, sulla scena del mondo, i meccanismi che presiedono ai comportamenti degli individui. Il L. ne smascherava l’orgoglio e la vanità, la tendenza alla sopraffazione inseparabile dalla proterva ricerca dell’utile personale, e quindi la congenita asocialità riconoscibile, ancorché dissimulata, negli esseri umani. La spinta di una collaudata vocazione alla scrittura satirica (dalle “prosette” del 1820 ai Paralipomeni, attraverso la scattante incisività di “detti memorabili” al modo dell’Ottonieri), esaltava i contrasti fra il dire e il fare, le situazioni oggettivamente paradossali prodotte dall’impostura o dall’autoinganno.

Nell’aprile del 1836, per sfuggire al colera imperversante a Napoli, il poeta si rifugiò con Ranieri nella villa di un cognato di questo, G. Ferrigni, alle pendici del Vesuvio, fra Torre del Greco e Torre Annunziata.

Vi scrisse gli ultimi canti, La ginestra o Il fiore del deserto e Il tramonto della luna, che volle includere nel libro maggiore – riedito postumo nel 1845 – ma in ordine inverso. Nella poderosa tessitura logico-fantastica e simbolica de La ginestra, accanto al tema centrale dell’ostilità della natura, ritrovò i motivi della polemica contro l’antropocentrismo e il sarcasmo verso le “superbe fole” (v. 154) consolatorie di un risarcimento ultraterreno. All’ottimismo dei cattolico-liberali continuò a contrapporre il vero laico del materialismo e dell’Illuminismo, pur esente dall’illusione del progresso e sulla scorta della cognizione che la feroce legge naturale permette ai viventi solo di fronteggiare solidalmente; era così recuperata l’urgenza del patto sociale. Questo il messaggio della Ginestra, provvisto del rigore logico di un teorema, di qua da istanze o presagi etico-politici (il socialismo di cui avrebbe parlato G. Carducci; lo Stato scientifico o la Società delle nazioni invocati da L. Salvatorelli). Il L. lo inscriveva in una utopia filosofico-morale di conversione dell’umanità al vero: la coscienza del negativo, innervata di memoria storica e dall’esperienza concreta dell’effimero, segnava il discrimine fra la rassegnazione e l’atteggiamento, simboleggiato dalla ginestra, di virile opposizione al male di vivere. La ginestra, come vide l’autore, era il naturale punto di arrivo dei Canti, anche se l’itinerario era suscettibile – come dimostrò Il tramonto della luna – di ulteriori riprese e scavi.

Di ritorno a Napoli, il L. vi morì dopo qualche mese, il 14 giugno 1837, amorevolmente assistito da Ranieri e da una sorella di questo, Paolina. Il corpo, sottratto dall’amico alla fossa comune cui erano destinate le vittime dell’epidemia, fu tumulato nella chiesa di S. Vitale sulla via di Pozzuoli. Sulla tomba una lapide, dettata da Giordani, ne celebrò la grandezza di filologo, di “scrittore di filosofia” e di poeta “da paragonare solamente coi greci”. Nel 1939 i resti furono trasferiti presso la cosiddetta tomba di Virgilio, nel parco di Piedigrotta.

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