GIUSEPPE UNGARETTI I FIUMI

GIUSEPPE UNGARETTI I FIUMI

GIUSEPPE UNGARETTI I FIUMI


Parafrasi e comprensione complessiva.

  • Mi tengo a quest’albero tagliato
  • abbandonato in questa dolina
  • che ha la tristezza
  • di un circo
  • prima o dopo lo spettacolo
  • e guardo
  • il passaggio silenzioso
  • delle nuvole sulla luna
  • Stamani mi sono disteso
  • in una cavità piena d’acqua, che sembrava un’urna
  • e ho riposato
  • come se fossi una reliquia
  • L’Isonzo scorrendo
  • mi passava sopra e mi lisciava
  • come fossi un suo sasso
  • Ho tirato su
  • il mio corpo magro e stanco
  • e me ne sono andato
  • come un acrobata
  • sull’acqua
  • Mi sono chinato
  • vicino ai miei vestiti
  • sporchi a causa della guerra
  • e mi sono chinato a prendere
  • il sole
  • come fossi un beduino
  • Questo è l’Isonzo
  • e qui meglio
  • mi sono riconosciuto
  • una arrendevole parte
  • del mondo universale
  • Il mio tormento
  • è quando
  • non mi credo
  • in armonia
  • Ma quelle acque
  • che mi avvolgono
  • come se fossero mani
  • mi donano
  • la rara
  • felicità
  • Ho ripercorso mentalmente
  • i momenti importanti
  • della mia vita
  • Questi sono
  • i miei fiumi, attraverso cui ho svolto il mio percorso
  • Questo è il Serchio
  • nel quale sono cresciuti i miei antenati
  • forse duemila anni
  • della mia gente campagnola
  • e mio padre e mia madre
  • Questo è il Nilo
  • che mi ha visto
  • nascere e crescere
  • e farmi prendere dalla passione giovanile e inconsapevole
  • nelle estese pianure
  • Questa è la Senna
  • e in quella sua acqua torbida
  • mi sono come rimescolato idealmente
  • e mi sono riconosciuto in una identità culturale
  • Questi sono i miei fiumi
  • che confluiscono idealmente nell’Isonzo
  • Questa è la mia nostalgia
  • che in ognuno
  • mi traspare
  • adesso ch’è un momento doloroso
  • che la mia vita mi sembra
  • la corolla di un fiore
  • che, però, è del colore nero come le tenebre
  • Contenuto del testo
  • vv. 1-26: il poeta si trova nel Carso, in una dolina, durante la Prima guerra mondiale; riflette con se stesso e dice di essersi steso dentro ad una cavità piena d’acqua, vicino all’Isonzo. Lì ha iniziato a contemplare il paesaggio, poi ha raccolto i suoi vestiti e si è messo a prendere il sole

  • vv. 27-41: il poeta riflette sull’Isonzo, il fiume in cui si trova; lì egli si riconosce come una parte dell’Universo e individua le radici del suo dolore quando non si sente in armonia con ciò che lo circonda

  • vv. 42-69: il poeta compie un percorso mentale, attraverso i quattro fiumi che hanno segnato le quattro tappe più importanti della sua esistenza: il Serchio, fiume della Lucchesia, che ricorda ad Ungaretti la sua famiglia originaria di quelle parti; il Nilo, che gli ricorda l’Egitto, dove è nato e dove ha trascorso la sua infanzia; la Senna, che gli ricorda l’ambiente francese, nel quale ha completato la sua formazione culturale e letteraria. Infine l’Isonzo, il fiume legato al momento presente, quello della guerra, nel quale si ricapitolano tutte le esperienze del poeta che sfociano in una amara considerazione sulla vita e sul dolore.

Analisi e commento del testo.

Il poeta sceglie di rappresentare la sua vita attraverso quattro fiumi che segnano le tappe più significative della sua biografia familiare e personale:

  • Il Serchio rappresenta le origini della famiglia del poeta, i cui genitori erano lucchesi; inoltre, per estensione, sta ad indicare un’indagine sulle radici dei propri antenati agricoltori e lavoratori della terra.

  • Il Nilo rappresenta l’Egitto, la terra in cui Ungaretti è nato, il paese in cui ha vissuto la sua infanzia.

  • La Senna rappresenta la Francia, la sua formazione culturale ed intellettuale, il contatto con il mondo della Letteratura (Espressionismo, avanguardie, simbolismo) e della Filosofia (Bergson).

  • L’Isonzo rappresenta il momento attuale, la guerra nel Carso, la morte, la distruzione. In questo fiume sono ricapitolati tutti gli altri, cioè le tappe fondamentali della vita dell’autore

Analisi metrica del testo

La poesia è composta da quindici strofe di versi liberi. Le strofe non hanno una misura regolare e definita e vanno da un minimo di due ad un massimo di otto versi.

Analisi retorica del testo

Numerose e significative le figure retoriche del testo.

vv. 9-12Stamani mi sono disteso / in un’urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato“, troviamo una metafora (urna d’acqua) che ha un significato simbolico di sacralità. Il poeta, stendendosi nell’acqua, si è sentito come chiuso in un’urna, ha meditato sulla sua vita e sull’esistenza umana e universale; si è riconosciuto come parte dell’Universo e ha trovato in se stesso ed in ogni uomo una dimensione sacrale (ecco il perché dell’accostamento alla reliquia).

vv. 13-15: <<L’Isonzo scorrendo / mi levigava / come un suo sasso>> metafora e similitudine = l’acqua assume una funzione rigeneratrice e purificatrice, richiama l’acqua del fonte battesimale

vv. 16-17: <<Ho tirato su / le mie quattr’ossa>> sineddoche = la figura umana, designata con le ossa (una parte per il tutto) è scarnificata dal male e dal peccato, ma questo è un presupposto per la sua futura rigenerazione

vv. 19-20: <<come un acrobata / sull’acqua>> similitudine = richiama allusivamente Cristo che cammina sulle acque del Giordano e mette alla prova i suoi discepoli sulla fede in lui.

vv. 24-25: <<come un beduino / mi sono chinato…>> similitudine = richiama le preghiere dei musulmani che si inchinano rivolgendo il corpo in direzione della Mecca

vv. 30-31: <<docile fibra / dell’universo>> metafora = l’uomo è una componente dell’universo debole e parte integrante dello stesso

Molto evidente l’anafora nei vv. 45,47,52,57,61,63 (Questo … Questo … Questi …)

vv. 68-69: <<corolla / di tenebre>> ossimoro = dà l’idea della vita come di un quaklcosa di misterioso e di labile, difficilmente conoscibile all’uomo.


Commento

La poesia ripercorre la biografia storico – familiare di Ungaretti con : i quattro fiumi (Serchio, Nilo, Senna, Isonzo) rappresentano le tappe fondamentali della vita del poeta. Attraverso questi fiumi egli riesce a riconoscere se stesso e la propria identità storica, civile, morale e culturale; in pratica, come afferma, si riconosce <<fibra dell’universo>>. La riflessione di Ungaretti, condotta attraverso i fiumi, è una presentazione del proprio <<io>> con un sistema efficace e singolare che può, a buon diritto, essere definito la sua <<carta di identità>>.

Dal punto di vista dello stile, della metrica, del linguaggio il testo è decisamente interessante. Ungaretti è un autore – da questo lato – rivoluzionario. La rivoluzione ungarettiana si inserisce nel panorama del Primo Novecento, sulla scia delle sperimentazioni delle avanguardie storiche (Futurismo, Espressionismo) e della lirica dei crepuscolari (Moretti, Corazzini …). Si avverte l’esigenza di superare la tradizione e di liberarsi dagli schemi classicisti, anche per poter esprimere, in modo più efficace, la condizione di disagio e di precarietà dell’uomo contemporaneo. Ungaretti sceglie, nella prima fase della sua produzione poetica, versi molto brevi, i cosiddetti versicoli, che si presentano frantumati e destrutturano il discorso e la sintassi tradizionale. Pochi gli aggettivi e i connettivi logici, assente la punteggiatura; scarse le rime, sostituite dalle assonanze, dalle allitterazioni, dal fonosimbolismo. La tecnica più usata è il procedimento analogico, che consiste nell’accostare immagini e parole che apparentemente non hanno alcun nesso logico, ma che, in realtà, nascondono segrete corrispondenze e forti connessioni intuitive. La poesia di Ungaretti, in sostanza, punta sull’efficacia espressiva della parola e per questo viene definita <<poesia pura>>.

Possiamo trovare qualche esempio di quanto detto dal testo esaminato:

Stamani mi sono disteso

in un’urna d’acqua

e come una reliquia

ho riposato

Non ci sono punti e virgole; i versi sono liberi; si può notare l’assonanza in a:

urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato.

urna d’acqua = è una metafora ed un procedimento analogico: la cavità che raccoglie l’acqua diventa come un’urna nella quale si cala il corpo del poeta che acquista una valenza sacrale, espressa anche dalla similitudine <<come una reliquia>>

Approfondimenti.

Aspetto centrale della lirica è sicuramente il viaggio come percorso spirituale che richiama la vita del poeta. Il tema del viaggio, spesso metaforico, è un motivo ricorrente nella letteratura simbolista e decadente. Possiamo partire da Baudelaire, il maestro dei poeti simbolisti francesi. Egli ha visto il viaggio come evasione nel mondo dei sensi e in quello incontaminato e puro dell’immaginazione. La metafora del viaggio serve a Baudelaire per esprimere il suo disagio verso la società contemporanea in cui non si riconosce. Per questo aspira ad un altro mondo, e in lui ricorre il tema dell’esilio come, ad esempio, l’esilio dell’albatro, che significa poi l’esilio del poeta sulla terra. La ricerca di un “altrove”, diventa l’aspirazione del poeta ad una nuova patria, e, nello stesso tempo, una evasione. Alcune sue composizioni ci parlano, infatti, di un viaggio immaginario che muove dai sensi.

Nel Decadentismo viene ripreso molto il mito di Ulisse, reinterpretato per gli elementi di apertura ed ambiguità che racchiude. Il viaggio di Odisseo diviene una ricerca esistenziale che rende vivo ed attuale questo mito. La ricerca avviene essenzialmente in una dimensione interiore e dell’inconscio.

Il poeta Rimbaud in “Battello ebbro” ci propone un’evanescente metafora del viaggio che si configura come una frattura, un allontanamento da tutto quello che è noto e come una perdita di sensibilità, cioè, in sostanza, un abbandono alla oscillazione delle acque, all’ondeggiamento, alla fluttuazione, quasi un richiamo ad una forma di purificazione che riscopre l’infanzia.

Pascoli invece nell’ “Ultimo viaggio” vede Ulisse come un esule sconfitto, che ricerca una verità superiore, ma invano e muore nell’isola di Calipso dopo una inutile interrogazione sul senso della vita.

Anche il pittore Gauguin, caposcuola indiscusso del Simbolismo pittorico, ha trattato il tema del viaggio. Gauguin rifiuta il soffocante clima sociale che lo circonda. Per questo fugge da Parigi e dall’Europa, attratto dal bisogno di nuovi soggetti da ritrarre, ma anche dalla ricerca di un universo puro e felice in cui rinnovarsi. Frutto di questa esperienza è una sorta di romanzo-diario dei suoi ‘giorni oceanici’: “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”.

Infine abbiamo Joyce che nel suo “Ulisse” ripropone ancora il motivo dell’eroe viaggiatore, ambientando però la vicenda nella moderna Dublino. Il viaggio diventa la vana ricerca del senso della vita da parte dell’uomo moderno, che non riesce a trovare il significato della banalità del quotidiano, e si abbandona ad un flusso confuso i pensieri.

Il viaggio in sostanza rappresenta una compresenza tra la fedeltà alle radici della terra natale e dei valori della società in cui si vive, e la volontà della ricerca, della conoscenza piena dell’altro. E’ un rischio di perdere qualcosa, ma può essere anche l’occasione di conquistare qualcos’altro e di realizzare la speranza del ritorno o l’esperienza estatica dell’ abbandono all’ignoto.

Il porto sepolto

Di questo testo, che dà il titolo alla prima raccolta in versi pubblicata da Ungaretti nel 1916, è molto importante comprendere il titolo. Lo stesso Ungaretti nelle note stese per l’edizione definitiva lo spiega in questo modo: <<verso i 16-17 anni forse più tardi ho conosciuto due giovani ingegneri francesi, (…) abitavano fuori da Alessandria, in mezzo al deserto, mi parlavano d’un porto, un porto sommerso che doveva precedere l’epoca tolemaica, provando che Alessandria era un porto già prima di Alessandro, che già prima da Alessandro era una città; non se ne sa nulla, non ne rimane altro segno che quel porto custodito in fondo al mare, unico documento tramandatoci>>. In pratica la poesia è un testo che disserta sulla funzione della poesia, che è quella di riportare alla luce ciò che era sepolto e che quindi non si riusciva a vedere; praticamente la poesia ha la funzione di attivare la memoria come custode dei valori, delle tradizioni, del bagaglio affettivo dell’uomo come singolo e come comunità storica.

Parafrasi

Vi arriva il poeta e poi ritorna con le sue poesie che diffonde e nello stesso tempo disperde. Di questa poesia mi rimane la sensazione di nullità che non si esaurisce ed è per me un segreto

Analisi metrica

La poesia è composta da due strofe di versi liberi. Come nelle precedenti poesie manca la punteggiatura.

Analisi del testo

Nel verso 1 <<vi arriva>> si intende al porto sepolto, che è poi il titolo del canto

Nei versi 2-3 <<e poi>> <<e li>> è una anafora

Nei versi 4-7 <<di cui è stata>> <<di inesauribile>> è un’altra anafora

Nel verso 2 <<torna alla luce>> è una metafora

Nei versi 6-7 <<nulla / di inesauribile>> costituisce un enjambement e un ossimoro

Le parole chiave sono <<disperdere>> (verso tre) e <<resta>> (verso cinque); l’altra coppia di parole chiave è <<nulla>> (verso sei) / <<inesauribile segreto>> (verso sette)

Il testo, come già detto, è un richiamo alla funzione del poeta che è quella di riportare alla luce ciò che è nascosto, ciò che non si vede, ciò che è rimasto sepolto dalla dimenticanza e dal tempo. Il poeta ha quasi la funzione di un palombaro che si inabissa per compiere un processo culturale e psicologico; infatti egli sprofonda al disotto della superficie della vita e ed è proprio lì che prende la forza per il suo canto e riporta con le sue parole alla luce quello che è rimasto nascosto. La comunicazione, tuttavia, è qualche cosa di ambiguo, che va a coincidere con una sorta di dispersione ed infatti nel testo troviamo le due opposizioni semantiche che sono date dalle coppie di termini <<li disperde>> / <<mi resta>> e <<nulla di / inesauribile>>. La dispersione è quella della comunicazione poetica, dell’offerta del canto al lettore che tuttavia si trova lontano e verso il quale la poesia si allontana; inoltre emerge una contraddizione che permette nello stesso tempo alla poesia di rimanere e di stabilizzarsi nel profondo del cuore dell’uomo. La poesia è ciò che può sopravvivere nel difficile momento della guerra, della sofferenza, della distruzione. Il messaggio che il poeta ci vuole dare è quello di un nulla, di un segreto sconfinato che, per ciò stesso, è un segreto inesauribile. Pertanto la poesia ha come compito di trovare quello che è segreto e rimane in noi indecifrabile. Il porto è un luogo reale, ma è anche un luogo privo di dimensioni, perciò la poesia resta alla fine un qualche cosa di inafferrabile e lo stesso termine porto sepolto resta un paradosso espressivo.

In memoria

La poesia è un ricordo di un amico di Ungaretti, Mohammed Sceab, un amico arabo conosciuto ad Alessandria d’Egitto; insieme a lui Ungaretti andò a vivere in Francia a Parigi nel 1912, tuttavia poi l’amico si suicidò. Questa poesia nel 1916 apriva la raccolta allora intitolata “Il porto sepolto” e fungeva da dedica e da introduzione all’intero volume. Nell’edizione successiva “In memoria” compare all’interno della sezione de “Il porto sepolto” ed è messa in parallelo con il testo conclusivo che si intitola “Poesia” ed è dedicato ad un altro amico di Ungaretti, Ettore Serra

Parafrasi

Si chiamava Mohammed Sceab, discendente di emiri, di nomadi, suicidatosi perché non aveva più una patria. Amò la Francia e cambiò nome, si fece chiamare Marcel, ma non era francese e non sapeva più vivere nella tenda dei suoi compatrioti dove si ascolta ancora la preghiera del Corano, bevendo il caffè; e non sapeva nemmeno più cantare la canzone della sua lontananza. Io l’ho accompagnato insieme alla padrona dell’albergo dove abitava a Parigi nel n°5 della Rues des carmes, una strada tutta in discesa e sfiorita. Adesso è morto e riposa nel cimitero di Ivry, un sobborgo che sembra sempre stare in una giornata di una fiera decomposta. Forse solamente io ricordo ancora che egli visse

Schema metrico

Il testo è composto da otto strofe di lunghezza disuguale e da versi liberi. Notiamo che, come normalmente accade delle poesie di “Allegria”, è assente la punteggiatura

Analisi retorica

Nel verso quattro <<di emiri di nomadi>> è una ripetizione

Un’altra ripetizione compare nei versi 11-12 <<non era francese / e non sapeva più vivere>>

Nel verso 15 <<cantilena / del Corano>> contiene un’ascia Amman ed una metafora derivata dal fatto che Corano significa in arabo recitare ad alta voce

Nei versi 19-20 <<sciogliere / il canto del suo abbandono>> è una metafora

Nei versi 22-24 <<l’ho accompagnato / insieme alla padrona dell’albergo / dove abitavamo>> è una metafora che allude al cimitero

Nei versi 33-34 <<una / decomposta fiera>> è una metafora che allude alla condizione di morte del protagonista.

Analisi del testo

La poesia parla della morte di un caro amico di Ungaretti, Mohammed Sceab, con il quale Ungaretti aveva condiviso una parte della sua vita negli anni giovanili ad Alessandria d’Egitto e in seguito a Parigi in Francia. Nella poesia emergono i due destini a confronto: il destino tragico di Mohammed e il destino, sempre sofferente, ma con un diverso epilogo del poeta. Entrambi i personaggi si ritrovano senza patria, senza radici, con uno doloroso itinerario a cui porta la ricerca della conoscenza del sè. È diverso però l’esito: Ungaretti trova nella poesia, cioè nel canto, una risposta alle sue sofferenze, in quanto la poesia ha la funzione di conservare nella memoria gli avvenimenti e le persone, mantenendo in vita il loro significato. Invece per l’amico la poesia non è intervenuta a costituire un elemento di aiuto e di risposta ai propri bisogni ed alle proprie ansie. Si nota da questo testo che Ungaretti vede nella poesia una funzione sacrale, in quanto la poesia è una conoscenza che si diffonde su una totalità di contenuti che risultano indeterminati: l’uomo, la vita, la morte. Attraverso la scrittura l’uomo, pur essendo senza radici, riesce a sublimare i valori dello sradicamento, della mancanza di una patria e della vita in solitudine in un paese straniero dove è difficile ambientarsi. In sostanza il testo, posto a premessa della raccolta, è un canto che inneggia al valore e anche dalla funzione della poesia come memoria e ricordo.

San Martino del Carso

La poesia è del 1916, quando il poeta a 28 anni, si trovava come soldato semplice sul fronte di trincea nel Carso; il testo nasce da uno sguardo rivolto al paesaggio che appare desolato e raffigura un paese distrutto. Questo suggerisce al poeta alcune amare riflessioni che vanno dalla distruzione delle case e delle persone, allo strazio interno al cuore, nel quale gli amici e le persone care sopravvivono solamente nel ricordo e nel rimpianto. Anche in questo caso la poesia ha il compito della memoria, cioè di celebrare e ricordare tutti i morti dei quali non rimane neanche la traccia; l’oggetto della memoria della poesia sono per ciò le rovine del piccolo paese, ma anche i morti ignoti e tutti coloro che si sono perduti a causa della violenza della guerra.

Parafrasi

Di queste case non è rimasto che qualche pezzo di muro. Di tanti di amici che mi corrispondevano e avevano con me delle relazioni non è rimasto nulla. Ma nel mio cuore non manca nessuna sofferenza: il mio cuore è il paese più tormentato

Analisi metrica

La poesia è composta da versi liberi distribuiti in quattro strofe, le prime due composte di quattro versi, le ultime di due versi. Come sempre non abbiamo la punteggiatura

Analisi retorica

nel verso 1 e nel verso 5 <<di … di>>. è una anafora

nel verso 4 <<brandello di muro>> è una metafora

nel verso 5 e nel verso 8 <<tanti>> << …tanto>> è un’epifora ed anche un poliptoto

nei versi il 9-10 <<nel cuore / nessuna croce manca>> è una espressione metaforica

nei versi 11-12 E<<E’ il mio cuore / il paese più straziato>> abbiamo un’altra espressione metaforica

nei versi 9 e 11 il termine <<cuore>> è una epifora

Nel testo si notano anche alcuni procedimenti analogici, cioè l’accostamento di termini che hanno in comune un concetto: <<brandello di muro>> perché il muro rotto richiama i brandelli di carne umana; << … cuore / paese più straziato>> perché la vera sofferenza della guerra e della distruzione è quella dell’uomo che la porta dentro di sé

Analisi del testo

La poesia da un lato è una denuncia contro le atrocità della guerra e le distruzioni che la guerra compie nei confronti della natura, dell’uomo, delle costruzioni umane; tuttavia Ungaretti sottolinea come la guerra distrugga anche l’interiorità dell’uomo, privandolo della cosa più importante e cioè del ricordo; e infatti nella seconda strofa il poeta dice che non è rimasto neppure tanto di tutti quelli che lo corrispondevano. Il termine corrispondevano peraltro richiama la <<corrispondenza d’amorosi sensi>> della quale parlava Ugo Foscolo nei Sepolcri e che nel contesto di una guerra mondiale e con armi di distruzione di massa non riesce più ad essere un punto di forza dell’uomo nei confronti della morte. Ecco perché il testo termina con un’affermazione nettamente pessimistica che tende a svalutare anche la funzione dello stesso ricordo e della poesia come mezzo di salvezza nei confronti della follia umana

Veglia

È una celebre poesia di Ungaretti con la quale inizia il suo diario di guerra. Il testo parte da un’esperienza effettivamente vissuta da Ungaretti che, in una notte, fu costretto a rimanere vicino ad un suo compagno di trincea morto a causa dello scoppio di una bomba nemica. Proprio l’accostamento alla morte porta il poeta a scrivere parole intensamente affettive e legate all’amore per la vita.

Parafrasi

Un’intera notte scaraventato vicino ad un compagno massacrato, con la sua bocca aperta con i denti scoperti e il volto indirizzato verso il cielo con la luna piena, con le sue mani gonfie che rimanevano di fronte a me silenzioso; io ho scritto delle lettere piene d’amore. Non sono mai stato così attaccato all’esistenza.

Analisi metrica

Anche questo testo è composto da versi liberi che si suddividono in due strofe: la prima ha la funzione descrittiva, mentre la seconda ha la funzione epigrammatica e riflessiva.

Analisi retorica

Il testo contiene dei termini fonosimbolici, cioè termini che indicano determinati suoni; essi sono:

<<massacrato>> (verso 4), <<digrignata>> (verso 6) <<penetrata>> (verso 10); questi termini sono anche alliteranti, in quanto contengono l’allitterazione t che si ritrova anche in altri termini della poesia. Vi sono poi espressioni metaforiche <<bocca / digrignata>> (versi 5-6) <<congestione / delle sue mani>> (versi 8-9), <<penetrata / nel mio silenzio>> (versi 10- 11).

Analisi del testo

La poesia prende spunto, come già detto, da una nottata che il poeta fu costretto a passare vicino ad un suo compagno. Il testo è fortemente espressionista, in quanto la morte viene descritta in tutte le sue deformazioni alle quali conduce la persona colpita dalle armi nemiche: la bocca è digrignata, le mani solo congestionate, su tutto domina un inquietante silenzio; la materialità di questa poesia raffigura la brutalità e la bestialità dell’uomo nella guerra che degenera in una crudele barbarie militare: è da notare come il silenzio del poeta induca ad una riflessione sull’uomo, sulla guerra, sui sentimenti. In effetti, dopo la descrizione, abbiamo il termine della prima strofa e uno spazio bianco che dovrebbe servire al lettore per riflettere e per concentrare il suo pensiero sulla ferocia della guerra. Le parole d’amore della successiva strofa rappresentano la risposta del poeta alla situazione di morte e di violenza. È la risposta della poesia che diviene il mezzo per opporsi alla distruzione e alla morte che l’uomo semina nel mondo con la sua crudeltà; l’amore, rappresentato dalla poesia, è la risposta autentica del poeta.

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