La cultura nell’età Flavia

La cultura nell’età Flavia


-La corte Flavia non fu generosa con gli intellettuali. I tempi di Augusto e Mecenate erano tramontati per sempre, e sembravano lontani anche quelli di Nerone: il quale era stato sì un imperatore perverso e megalomane, ma aveva avuto lui per primo la passione per la poesia e per l’arte. Gli imperatori Flavi erano invece gente pratica, semplice, nessuno di loro era stato educato da un filosofo: anzi detestavano esplicitamente i filosofi, e sotto il loro regno capitò che questi scomodi personaggi fossero banditi da Roma. Prima di ogni altra cosa gli intellettuali dovettero trovare il modo di mantenersi. Marziale, il poeta satirico, si adattò a fare non il cortigiano ma addirittura il “cliens”, il poeta mantenuto da qualche aristocratico benefattore che per la verità non largheggiava in doni; Stazio, il poeta laureato, elegante, colto, senz’altro il miglior poeta epico del suo tempo, per guadagnare dovette rassegnarsi a scrivere libretti per il mimo; Quintiliano, assieme ad altri retori, fu un funzionario imperiale. L’età Flavia ebbe infatti grande interesse per la retorica. E questo ci lascia in eredità il primo importante trattato sulla formazione culturale dei giovani che ci sia pervenuto: l’ “Institutio oratoria” di Quintiliano.
La letteratura dell’età Flavia, comunque, ama la voce sostenuta. E’ come se volesse farsi sentire a ogni costo, per vincere con gli eccessi dello stile la diminuita attenzione che la circonda. La poesia epica, da Valerio Flacco a Silio Italico, sino a Stazio, predilige il linguaggio teso, le scene a effetto, le torsioni intellettuali della retorica. Mai si era fatta tanta poesia epica, a Roma, quanta se ne fa in questo periodo.
Il meglio di quest’epoca sta forse nei poeti satirici. Marziale, anche se spesso è un po’ troppo cattivo per essere vero, nella fulminea misura dei suoi componimenti (acuti, eleganti, vivacissimi) risulterà maestro di epigrammi per molte generazioni a venire. Il dono dell’umorismo ha la capacità di travalicare i secoli.
La linea poetica della voce aspra e risentita sarà ripresa da Giovenale, un amico di Marziale, che però non sembra aver pubblicato le sue satire se non dopo l’estinzione della dinastia Flavia con la morte di Domiziano (96 d.C.). Il fatto è che in Giovenale l’umorismo di Marziale si è fatto moralismo. Un atteggiamento verso il mondo condiviso anche da un altro interessante scrittore di questo periodo, Plinio il Vecchio: erudito straordinario e, come abbiamo visto, fedele funzionario imperiale.
Il moralismo è infatti un’altra delle componenti più profonde di questo periodo culturale. Solo che Plinio era riuscito a limitare questo suo atteggiamento verso il mondo nel breve spazio della digressione, o della prefazione, per poi abbandonarsi, nella gran parte della sua “Naturalis Historia”, al gusto per la conoscenza e alla passione, quasi favolistica, per tutto ciò che fosse meraviglia della natura o esotico costume dei popoli “altri”. Giovenale non ebbe la sua stessa apertura intellettuale. In questo stavano la sua rozzezza e la sua forza.
Va tuttavia registrato che nell’età dei Flavi comincia a farsi sentire anche una reazione letteraria a quello scialo, e talora abuso, di mezzi stilistici che, nato nelle scuole retoriche dell’età augustea, era diventuto predominante nel gusto dell’età giulio-claudia.
L’età dei Flavi segna dunque un coesistere delle recenti inclinazioni al “modernismo” con una certa ripresa del “classicismo”. Contemporaneamente, dal ceppo dell’antica polemica fra asianesimo (sostanzialmente identificato col “modernismo”) e atticismo, si vengono affermando tendenze estetiche ancora più radicali, che porteranno al trionfo dell’arcaismo nelle età di Adriano e degli Antonini.
Ma sotto i Flavi la reazione antimodernista si determina essenzialmente come un ritorno ai modelli “classici”. Questo neoclassicismo si coglie soprattutto nelle teorie di Quintiliano e trova una sua incarnazione nella pratica stilistica di Plinio il Giovane. Quintiliano è il maestro che disprezza lo stile di Seneca e addita il modello in Cicerone, “nome non di un uomo ma della stessa eloquenza” (“Institutio Oratoria”, Quintiliano). E tuttavia è anche un personaggio del suo tempo, non insensibile a certe lusinghe del “modernismo”; lo mostra ad esempio nel giudizio elogiativo per poeti come Persio e Lucano. Quello da lui propugnato è dunque un tipo di classicismo che non sdegna a sbilanciarsi verso le zone del “periculum”. Il concetto viene ben chiarito dal suo allievo Plinio il Giovane: secondo lui l’oratore sublime deve saper procedere come se si avventurasse sulle soglie di un precipizio, tenendo il pubblico col fiato sospeso e destando lo stesso stupore di un funambolo che rischi di precipitare (“Epistulae IX”, Plinio il Giovane).
Si comprende ancora meglio il complesso rapporto di coesistenza e interferenza reciproca delle due tendenze “classicista” e “modernista” se si ritorna brevemente al caso dei poeti epici. Come si è detto essi ereditano la passione di Lucano per la magniloquenza, i paradossi, le immagini forti. Eppure esprimono al contempo la “nostalgia del classico” scavalcando all’indietro la polemica antivirgiliana di Lucano per proporre come modello centrale appunto Virgilio.
Fra gli intellettuali di lingua greca che soggiornarono a Roma in questo periodo vanno ricordati Epittèto, Plutarco, e Giuseppe Flavio. Epitteto fu uno degli ultimi grandi maestri dello stoicismo. Di umili condizioni, si era stabilito a Roma dove fu vittima della cacciata dei filosofi da parte di Domiziano. Si trasferì allora a Nicopoli (in Epiro), dove si spense nel 135, senza lasciare nulla di scritto; i suoi insegnamenti furono tuttavia raccolti sulla base di appunti e divulgati dal suo allievo Arriano, in una raccolta di “Diatribe” e sentenze.
Plutarco, il celebre autore di “Vite Parallele” e di altri numerosissimi scritti raccolti sotto il titolo “Moralia”, visitò la capitale, forse a più riprese, ma non vi visse mai stabilmente. Nato a Cheronea, in Beozia, attorno al 47, mantenne in patria il centro dei suoi interessi; circondato dall’affetto dei familiari, ricoprì cariche amministrative e sacerdotali e morì sotto Adriano, attorno al 127.
Diversa la vicenda biografica di Giuseppe Flavio, nato a Gerusalemme attorno al 37 da una nobile famiglia sacerdotale ebraica e morto all’inizio del II secolo. Durante la rivolta ebraica degli anni 66-70 ebbe un incarico militare di rilievo. Ma dovette cedere alle armi di Vespasiano e strinse in seguito amicizia con il vincitore (ma guarda un pò…ndr), aggiungendo al proprio nome il gentilizio dei Flavi. Caduta Gerusalemme, visse a Roma: qui pubblicò (75-79) la sua storia della “Guerra Giudaica”, e le “Antichità Giudaiche” (94 circa), una storia di Israele dalla creazione al 66 d.C., cui successivamente pose in appendice un’ “Autobiografia”. Il suo trattatello “Contro Apione”, ribatte punto per punto i vari motivi tradizionali dell’antisemitismo così come li aveva sostenuti il grammatico di Alessandria d’Egitto.


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