L’ETA’ DEL RINASCIMENTO

L’ETA’ DEL RINASCIMENTO


Umanesimo Rinascimento problemi di periodizzazione

La letteratura del 500 si può dividere in due momenti: il Rinascimento, che si afferma nei primi decenni del secolo portando a conclusione il processo culturale avviato nel 400 dall’Umanesimo; il Manierismo che ne rappresenta la crisi, preludendo alle nuove espressioni della sensibilità Secentesca e Barocca. Una simile ripartizione schematica aderisce all’effettivo svolgersi dei fenomeni letterari, e delle scelte culturali che ne sono alla base. L’uso delle categorie letterarie, che pure risulta indispensabile nello studio storicocritico, ha sempre un valore approssimativo. L’Umanesimo nel suo rifiuto del medioevo esprime e propone una nuova immagine dell’uomo: l’uomo viene considerato come artefice del mondo in cui vive e della storia, un essere  che sta fra la terra e il cielo o che addirittura partecipe della natura divina. La storia cessa di essere considerata come una creazione divina, risultando sempre più una costruzione dell’uomo. Attraverso la filologia, inoltre, la riscoperta dei classici non comporta solo una rivalutazione dell’antico, ma il suo reinserimento in una prospettiva storica, che aiuta a comprendere meglio la contemporaneità. Il Rinascimento porta a compimento questo processo, ribadendo l’idea del classicismo ma trasferendola al pieno titolo alla letteratura in volgare. Il termine Rinascimento stava ad indicare anche la convinzione di essere gli eredi di una somma altissima di valori, che occorre riproporre  e perfezionare.

Pietro Bembo propose come modelli della nuova letteratura i nomi di Petrarca e Boccaccio , rispettivamente per la poesia e per la prosa. L’autorità del Bembo, intervenendo su questo processo ribadisca la poetica dell’imitazione molto diffusa in questo secolo. Il rispetto del principio di imitazione si accompagnerà ben presto all’obbedienza delle regole aristoteliche, che regolano in maniera rigorosa il funzionamento dei generi letterari.


Centri di produzione e di diffusione della cultura

La corte nel 500 non costituisce solo il centro della vita politica, ma anche dell’attività culturale. Essa viene considerata come una misura di civiltà, entro la quale si elaborano i valori della letteratura e dell’arte: nell’opera il cortegiano, di Baldesar Castiglione, si delinea la figura del perfetto uomo di corte. Nella letteratura Romanza il termine cortese sottolinea un sistema di rapporti ideali di cui lo scrittore si fa interprete nelle sue opere; il termine cortigiano indica anche uno status, una condizione sociale, che riguarda il ruolo dell’intellettuale, inserito nell’ambito della corte, con precisi compiti e funzioni. Si rafforza nel 500 l’istituto del Mecenatismo. L’intellettuale perde la funzione attiva che conservava nel primo 400, per ridursi a una dimensione sempre più decorativa e celebrativa: l’intellettuale infatti può dare prestigio al potere, celebrando la figura del principe e rappresentandone le glorie dinastiche.Le opere contengono abitualmente una dedica, al principe o a qualche influente personaggio, ponendosi così sotto la protezione del potere.


Intellettuali e pubblico

A Firenze sopravvive ancora agli inizi del secolo, una figura di intellettuale che si può ricondurre alla tradizione comunale per il suo impiego presso le istituzioni cittadine e per il suo rapporto con le professioni civili. Ma si tratta di una figura in declino. Risulta prevalente la condizione del letterato cortigiano, che vive alle dipendenze del principe, oppure cerca nelle gerarchie della chiesa una sistemazione che può essere per molti aspetti analoga, favorendo il Mecenatismo. La realtà non offre tuttavia molte alternative, così che la maggior parte degli intellettuali trova nella corte il punto più sicuro de riferimento, in cui si può svolgere il lavoro dell’intellettuale e c’è anche la possibilità di fare carriera( passando da una corte piccola a una più importante)

La situazione storica, con i francesi in Italia comporta una perdita progressiva del potere delle corti che si risolve in una crisi del ruolo degli intellettuali: al cortigiano sempre meno vengono richiesta prestazioni culturali e sempre più il disbrigo di mansioni burocratiche, che lo trasformano nella figura subalterna di un segretario. Tramonta così uno dei più alti ideali dell’Umanesimo, che aveva auspicato a una collaborazione fra gli uomini di governo e gli intellettuali, ispirato al desiderio di Platone che desiderava che il potere fosse ritenuto dei filosofi. Non sentendosi più interamente soddisfatto, l’intellettuale cercherà una nuova identità nelle accademie, che raggiungerà una nuova diffusione a partire dagli anni 40, differenziandosi nettamente rispetto allo spirito delle accademie umanistiche. La ricerca di una stabile collocazione sociale ed economica aveva indotto molti scrittori a intraprendere una carriera religiosa che dava diritto a particolari vantaggi, quali la libertà assoluta. Senza comportare particolari rinunce: la vita dell’intellettuale religioso non era molto diversa da quella dell’intellettuale laico. Quando la situazione politica peggiorerà le istituzioni religiose diverranno rifugio della maggior parte degli intellettuali: in questo modo la chiesa legherà maggiormente a se gli intellettuali, facendosene uno strumento, soprattutto contro le idee protestanti.


La questione della lingua

Uno degli aspetti dominanti della cultura Cinquecentesca e costituito dalle discussioni linguistiche che si susseguono in maniera continua e quasi frenetica per tutto il secolo. La scelta del latino come strumento della comunicazione letteraria, compiuta da molti intellettuali quattrocenteschi, aveva consentito di esprimere un’esigenza di universalità e di unità culturale, raggiunta attraverso una scelta artificiale e forzata, incapace di resistere a lungo. Il ritorno al volgare aveva comunque fatto tesoro di quest’esperienza maturando la convinzione che l’uso letterario di una lingua italiana era legittimo solo in quanto vi fosse la pari dignità nei confronti del latino. Una poetica del classicismo è possibile solo in quanto si ispira a dei modelli ideali. Una cosa analoga è possibile in letteratura italiana seguendo il canone dell’imitazione intrapreso dal veneziano Pietro Bembo che propone i nomi di Petrarca  e Boccaccio . L’autorità di Petrarca si riferisce all’esperienza del canzoniere, che condizionerà gli sviluppi della lirica cincequentesca, dando vita al fenomeno del petrarchismo. Da notarsi è il monolinguismo di Petrarca che si fonda su un raffinato e uniforme registro stilistico, escludendo ogni elemento dissonante e rappresentando una misura ideale, in cui si identificava il senso dell’equilibrio. A questo proposito si capiscono le ragioni di Dante che utilizza un linguaggio più plurilinguistico e usa ogni genere di termine. Con Boccaccio la situazione era analoga: anche il Decameron utilizza un linguaggio basso e privo di significato, non a caso il Bembo seleziona alcune parti del testo.

In Italia continuano ad esserci una grande varietà di forme linguistiche e dialettali: a questo proposito la soluzione bembiana rivendicava l’aspirazione ad un’unità letteraria. L’esigenza di esprimere dei valori universali viene affidata agli italiani considerata la lingua di una nuova classicità. La letteratura italiana raggiunge così per certi aspetti la formazione unitaria che fino ad allora le era mancata.


LUDOVICO ARIOSTO

La vita 

Ariosto, che opera per tutta la vita nell’ambiente della corte, rappresenta la figura tipica dell’intellettuale cortigiano del Rinascimento, ma al tempo stesso è polemico nei confronti di tali ambienti; e questa polemica produce importanti riflessi sui temi toccati dalla sua opera. Proveniente da una nobile famiglia ed il figlio di un funzionario dei duchi d’Este. Nacque a settembre del 1474 a Reggio Emilia, primo di dieci fra fratelli e sorelle. Dall’84 la sua famiglia si stabilì a Ferrara dove Ludovico intraprese i primi studi. Nell’adolescenza studiò diritto per volontà del padre, ma poco dopo si dedicò alla letteratura e all’umanismo. Entrò nella corte del duca Ercole I. Alla morte del padre dovette occuparsi del patrimonio familiare, e dovette assumere la tutela dei fratelli minori. Nel 503 dopo aver girato un po’,entrò al servizio del cardinale Ippolito, figlio del duca Ercole I, con vari incarichi burocratici, che lo stesso Ludovico definiva disdicevoli. Come tanti altri letterati cortigiani del tempo, per aumentare le entrate assunse anche la veste di chierico, prendendo gli ordini minori, in modo da poter godere di benefici ecclesiastici. Nel frattempo si occupò degli spettacoli di corte, scrivendo due commedie, la Cassaria e i Suppositi. La situazione politica dei primi del 500 influenzò i rapporti del ducato di Ferrara con lo stato della chiesa e Ariosto fu costretto più volte a recarsi a Roma come ambasciatore, correndo rischi personali per il carattere violento del pontefice. Nel frattempo cominciò a stringere rapporti con Giovanni dei Medici, che mirava alla restaurazione del potere mediceo. In tal modo Aristo si preparava a passare alla splendida corte di Roma, ma quando Giovanni dei Medici divenne papa con il nome di Leone X la cosa non avvenne e Ariosto dovette adattarsi alla corte di Ferrara. Intanto a Firenze Ariosto strinse dei rapporti con una donna sposata e quando in marito morì la sposò in segreto a causa degli ordini minori che lo costringevano al celibato. Nel 1516 pubblicò la prima edizione dell’Orlando Furioso, alla quale lavorava da circa un decennio, e la dedicò al cardinale Ippolito, (Encomiastico: cortigiano che fa la corte al signore). Nel 1517 passò al servizio del duca Alfonzo, che gli diede la carica di governatore della Garfagnana: una regione infestata da banditi in cui Ariosto mantenne l’ordine dando prova di capacità politiche. La lontananza e l’incarico pubblico gli causavano molto fastidio perché lo tenevano lontano dalla poesia e dagli studi. Tornò a Ferrara e scrisse due commedie: la Lena e il Negromante. Si stabilì in una modesta casa in contrada Mirasole, circondato dagli affetti familiari, dove si dedicò alla revisione dell’Orlando Furioso. Morì nel 533 di enterite. Ariosto stesso, nelle Satire, si è compiaciuto di lasciare di se l’immagine di un uomo amante della vita sedentaria; ma si tratta di un’immagine letteraria non perfettamente corrispondente alla realtà.


Le opere minori

Ariosto inaugura la commedia cinquecentesca seguendo il modello plautino .

Ariosto scrisse sette Satire in forma di lettere in versi indirizzate a parenti e amici, seguendo il modello di Orazio, secondo la quale la Satire era una libera e svagata conversazione in cui l’autore può toccare gli argomenti più diversi. La struttura di questi componimenti è quella della chiacchiera alla buona, tra i più vari argomenti, mescolando ricordi, riflessioni momenti di satira e di critica, favole. I temi centrali delle Satire sono la condizione dell’intellettuale cortigiano; l’aspirazione ad una vita quieta, il fastidio per i compiti pratici, la follia degli uomini ad inseguire il successo e la ricchezza. Viene usato uno stile colloquiale e poco musicale.


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