TESINA GIACOMO LEOPARDI

TESINA GIACOMO LEOPARDI


LA VITA


L’Infanzia

Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno 1798, verso sera, nel palazzo avito, primogenito di Monaldo (1776-1847) e Adelaide (1778-1857). Si erano sposati nel settembre 1797, si amavano ma erano diversi quanto cielo e terra. Nel 1799 nacque Carlo e nel 1800 Paolina, i fratelli più cari a Leopardi; ne ebbe altri sette di cui ben pochi sopravvissero. Nel 1803 nacque Luigi, che venne a mancare dopo pochi giorni; nel 1805 venne alla luce un altro Luigi, che morì nel 1828 e l’ultimo fu Pierfrancesco (1813-1858) che ereditò il maggiorasco e continuò la famiglia, tuttora fiorente, che vive a villa Leopardi.

Tra Leopardi e Recanati ci fu un rapporto di odio-amore, quest’ultimo non comprendeva il suo genio ma anzi lo soffocava (infatti morì a Napoli); il «natio borgo selvaggio» era un paesaggio idillico, di natura rasserenante, tipico delle Marche, tuttavia era anche un piccolo borgo in una piccola provincia di uno stato asfittico e retrogrado: lo Stato Pontificio.

Della sua infanzia siamo informati da lui stesso, dal fratello Carlo e dal padre Monaldo in una lettera al Ranieri, amico di Leopardi in età matura.

Giacomo aveva una passione smodata per il meraviglioso – percepito con la vista o con l’udito – fin da piccolo. Lui stesso ci ha informati di esserne sempre stato attratto, e perciò di aver tanto amato le storie che gli venivano raccontate. Amava narrare racconti ai suoi fratellini, creati con un’immaginazione fervida che spiega tanti aspetti del suo carattere, della sua poesia e della sua visione del mondo.

Nel 1806 Giacomo conobbe Giuseppe Antonio Vogel, un ecclesiastico alsaziano che si era rifugiato a Recanati; probabilmente fu lui a ispirarlo a tradurre l’“ArsPoetica” di Orazio in ottave, e sembra che gli vada attribuita anche l’idea di uno “Zibaldone” (1817-1832), una sorta di miniera di appunti, un diario intellettuale del poeta di straordinaria importanza. 

Nel 1809 compose un sonetto sulla morte di Ettore. Il sonetto è una rarità, quasi un unicum fra gli scritti leopardiani, poiché Giacomo non aveva simpatia per questa struttura metrica (ad esempio l’Infinito ha 15 versi).

Gli anni dal 1809 al 1816 furono quelli di «studio matto e disperatissimo», anche se gli anni di studio iniziarono prima e finirono dopo.

Ricevette una primissima educazione ultra rigorista in senso cattolico, inculcatagli dal padre ma soprattutto dalla madre, legata all’Ancien Regime, al cristianesimo quasi maniacale che escludeva qualsiasi compromesso col mondo e con l’immanentismo: ai figli sembrava una cappa di piombo che impediva ogni espressione genuina dei sentimenti.

Ebbe dei precettori privati, ecclesiastici di modesta cultura, come Sebastiano Sanchini, che accompagnò Leopardi fino al 1812, quando dichiarò terminata la sua attività perché non aveva altro da insegnargli.

Giacomo continuò da solo; studiò il greco e il latino, acquisendo una padronanza totale di queste lingue in poco più di un anno. In un brevissimo lasso di tempo imparò anche sanscrito, ebraico, inglese, francese e spagnolo, lingue in cui scrisse alcuni appunti dello “Zibaldone”, ma non volle mai studiare il tedesco.

Nel 1814 iniziò un’attività filologica sui testi latini e greci. Questi studi furono resi possibili dalla biblioteca messa insieme dal padre, che rappresentò il suo merito maggiore nella formazione di Giacomo; venne raccolta in pochissimo tempo un’enorme quantità di libri, di natura soprattutto illuministica. La biblioteca è oggi visitabile, consta di ventimila volumi (molti aggiunti in epoca più recente) suddivisi in quattro sale alle quali si accede da un corridoio che si affaccia sulla piazza del paese. Nella biblioteca spiccano alcuni scaffali che visibilmente contengono libri proibiti che Monaldo non voleva che i figli leggessero, e che perciò erano stati messi sottochiave.

Nella biblioteca paterna si compì l’educazione di Giacomo; lì passo il suo tempo e la sua fanciullezza, ebbe modo di saziare la sua brama di sapere, di alimentare la fascinazione della cultura, l’interesse per tutto ciò che è la storia della cultura umana.

Monaldo non seppe gestire i beni della famiglia e si coprì di debiti; nel 1803 raggiunse faticosamente un accordo in cui si impegnava a saldarli nei trent’anni successivi, ma per ottenerlo dovette rinunciare all’amministrazione del patrimonio, compito passato ad Adelaide, che di lì a poco divenne il capo famiglia. Monaldo si rifugiò in un mondo di piccoli interessi monotoni, consapevole della sua debolezza; da quel momento si trovò in una posizione subalterna, i suoi rapporti con i figli vennero messi in difficoltà dalla perdita di autorità in famiglia: abbiamo come testimonianza una terribile lettera di Giacomo al padre, un vero e proprio atto di accusa.

Monaldo era un conservatore anti reazionario, privo della larghezza di vedute che avrebbe desiderato suo figlio, un bambino prodigio con un’immaginazione fervida. L’ambiente familiare era chiuso e asfittico, le richieste di Giacomo non potevano essere soddisfatte da Monaldo e Adelaide, ma nessun genitore sarebbe stato alla sua altezza: era troppo grande per loro. Nonostante questo, Giacomo fu amato molto dalla sua famiglia: il padre lo definì il suo unico amico, la madre lo chiamava ‘Mucciaccio’, appellativo che indica un’affettività secca e sbrigativa, ma certamente esistente.

Per capire Leopardi si deve procedere su una duplice via: biografica e bibliografica. Soltanto tenendo presente il fieri, il progressivo farsi della sua vita, si può tentare di trovare il bandolo della matassa e quindi di comprenderlo. Leopardi fu un genio.


Primo blocco di opere (1798-1815)

Il 20 luglio di ogni anno il bimbo, con Carlo e Paolina, teneva un esperimento presso l’alta società borghese di ciò che aveva fatto durante l’anno.

Nel 1812 diede saggio di biologia, ontologia, morale, fisica, filosofia e molte altre materie.

Questo per far capire che la cultura di Leopardi non fu a senso unico (come quella del Manzoni, alla quale se si tolgono Bibbia, scritture classiche e scrittori francesi del Seicento non rimane niente). Giacomo ebbe da subito un’ottima cultura anche scientifica: nelle “Dissertazioni Filosofiche” di quell’anno sostenne la linea Galileiana-Newtoniana in contrapposizione all’edificio del sapere Cartesiano: fin da bambino, privilegiò gli esperimenti rispetto a un sapere costruito in maniera deduttiva a partire da una verità incontrovertibile.

Le “Dissertazioni Filosofiche” vertevano sulla cultura illuminista-sensistica: trattavano ad esempio dell’anima delle bestie, un tema molto dibattuto durante il Settecento illuminista.

Il 1811 segnò un po’ l’inizio ufficiale della sua attività di scrittura, con la traduzione dell’“ArsPoetica” di Orazio. Di quell’anno fu inoltre una tragedia, “La Virtù Indiana”, dedicata al padre Monaldo.

Nel 1812 tradusse gli “Epigrammi”, aggiungendovi un discorso proemiale. A dicembre dedicò un’altra tragedia al padre, il “Pompeo in Egitto”.

Da queste opere, possiamo dedurre il progressivo farsi del classicismo leopardiano, che non fu affatto una visione e un’esposizione archeologica e passatistica dell’antichità; valorizzò invece la virtù e la grandezza d’animo, che erano alla base della visione delle cose dei classici e dunque anche della sua.

Del 1813 fu la “Storia dell’Astronomia”, un palinsesto di immagini poetiche da cui si intravede il futuro Leopardi che dialoga con gli astri e la luna. 

Nel 1814 iniziò l’attività filologica concernente l’opera di Esichio Milesio; continuò con altri lavori filologici, premessa a un’attività sorprendente, “Fragmenta Patrum Secundi Saeculi” e “Porphyri de Vita Plotini”, che donò al padre (opera di 352-358 versi).

Del 1815 furono le “Lucubrationes in Julium Africanum”, l’“Orazione agli Italiani, in Occasione della Liberazione del Piceno”, scritta in seguito al discorso del Murat, che aveva proposto agli italiani un programma di unità nazionale. Leopardi abbracciava ideali conservatori e reazionari: nel 1815 era completamente fuori da una prospettiva di risorgimento, non voleva l’Italia unita.

Tradusse gli “Idilli” del Mosco, attraverso cui pose le basi per la composizione futura dei suoi Idilli, e la “Batracomiomachia” (battaglia dei topi e delle rane) pseudo-omerica, pubblicata dallo “Spettatore Italiano”, rivista di Antonio Fortunato Stella, suo editore ufficiale.

Scrisse infine il “Saggio sopra gli Errori Popolari degli Antichi”, la cui tesi è che quando l’uomo si trova di fronte al mistero e cerca di darsi una risposta, produce un errore che è tale perché lo porta lontano dall’unica verità, quella cristiana. Il compito della ragione è quello di svelare il mistero e riportarci alla verità. Leopardi già in questa fase era un intellettuale militante, impegnato in difesa del vero, per ora identificabile con quello cattolico.

Quelli tra il 1814 e il 1816 furono gli anni dell’attività erudita e filologica: Leopardi non aveva ancora scoperto la dimensione passionale della letteratura, tuttavia, nonostante fosse ancora un bimbo, aveva già la propensione mentale propria dell’intellettuale socialmente e civilmente impegnato. Le opere di questo periodo (puerilia), fondamentale per la fase successiva, furono compilazioni in cui dimostrò grande erudizione.

La sua attività aveva del prodigioso, superava di gran lunga i filologi tedeschi dell’’Ottocento, eccelleva nell’acume con cui attribuiva i testi di volta in volta a questo o a quell’autore (attribuzione adespote), ed era straordinariamente efficace anche nell’opera di emendamento dei testi. Questa attività permise al futuro poeta di avvicinare i testi con un’intelligenza e una conoscenza delle strutture testuali strepitosa.


Secondo blocco di opere (1816-18)

All’inizio del 1816 Leopardi tradusse le opere di Cornelio Frontone, allora riscoperte da Angelo Mai, premettendovi anche un discorso sulla vita dell’autore. Subito dopo scrisse “Le Rimembranze”, un idillio funebre di poco spessore, anche se un frammento venne poi inserito nei “Canti”. Nella prima metà dell’anno scrisse un “Inno a Nettuno”, fingendolo tradotto dal greco (moda neoclassica). Inoltre compose due odi anacreontiche adespote in greco.

Dell’inizio dell’estate fu la traduzione del primo libro dell’“Odissea” e della fine dell’estate il secondo dell’“Eneide”. Il 18 luglio scrisse una lettera ai compilatori della “Biblioteca Italiana”, che non venne però tenuta in conto. Nel settembre scrisse la “Dimenticanza” in cui rappresentava se stesso, Carlo e Paolina nei panni di giovani nobili.

Alla fine dell’anno, sentendo la morte avvicinarsi, compose “L’Appressamento della Morte”, una visione nella quale l’Angelo della morte gli proponeva il paradiso, che Leopardi rifiutò, poiché per lui la felicità poteva essere soltanto terrena: qui emerse il suo totale immanentismo.

All’inizio del 1817 tradusse i frammenti delle “Antichità Romane” di Dionigi di Alicarnasso; questo fu il momento più acutamente purista di Leopardi. I puristi erano linguaioli pedanti guidati dall’abate Cesari che avevano tendenze arcaizzanti e ricercavano una lingua scevra di barbarismi; dettero vita a una moda per cui si cercava di riacquisire la purezza della lingua eliminando le barbarie che l’avevano invasa, in particolare i francesismi, tornando all’italiano del Trecento di Petrarca e Boccaccio. Inizialmente Leopardi aderì a questa moda, che tuttavia abbandonò presto, nonostante abbia mantenuto sempre nella sua scrittura una nota purista.

Nel marzo iniziò la corrispondenza epistolare col Giordani e successivamente tradusse la “Titanomachia” di Esiodo. A giugno-luglio iniziarono gli appunti dello “Zibaldone” e poi alcuni sonetti, gli unici che abbia scritto, satirici, indirizzati contro Guglielmo Manzi, oltre a uno sulla “Vita” dell’Alfieri.

A dicembre, fece visita al palazzo Geltrude Cassi Lazzari, una lontana cugina di 26 anni, di cui Leopardi si innamorò, salvo poi essere spedito a letto dalla madre. Ne derivò l’“Elegia I” che divenne poi “Il Primo Amore” e il “Diario del Primo Amore”.

Nel 1818, a marzo, inviò all’editore Stella la prima parte del “Discorso di un Italiano intorno alla Poesia Romantica”, un discorso di estetica, promettendo di concludere l’opera entro breve e di inviargliela, ma non la concluse mai. È l’intervento più lucido e acuto della battaglia classico-romantica che imperversava nell’Italia di quegli anni. Il discorso venne pubblicato per la prima volta nel 1906.

Del settembre fu la visita del Giordani a Recanati, che voleva conoscere Leopardi e, con Carlo, lo accompagnò a Macerata. Questo dialogo con Giordani fece maturare nel giovane Giacomo idee eversive rispetto ai progetti del padre, che per questo motivo lo accusò di aver traviato la mente del figlio.

Nell’autunno dello stesso anno, Leopardi compose “All’Italia” e “Sopra il monumento di Dante”, due canzoni civili messe in pubblico nell’anno seguente. Il 30 settembre morì Teresa Fattorini, la Silvia storica.

Fra il 1815 e il 1816 avvenne il passaggio dall’erudito al bello, nel 1819 dal bello al vero. Fino a questo momento aveva basato la sua cultura principalmente su testi settecenteschi, da ora iniziò a conoscere la cultura classica e contemporanea: lesse Dante, Omero, Goethe; acquisì, insomma, conoscenza dei grandi classici della letteratura di ogni tempo e paese. Dal letterato monaldesco cominciò a profilarsi l’idea del perfetto scrittore italiano.

Pietro Giordani fu noto per il suo bello scrivere, era un classicista e un illuminista dalle idee eversive che lo avevano fatto malvedere; capì subito la grandezza di Leopardi e il suo bisogno di essere compreso al di fuori del natio borgo selvaggio.

Il suo epistolario è composto da 931 lettere, che coprono tutto l’arco della sua vita: la prima risale a quando aveva dieci anni e ha come destinatario la befana. Leopardi fu un personaggio pieno di ironia.

Quello leopardiano non è propriamente un epistolario, in quanto non segue le regole che normalmente caratterizzano questo genere: solitamente, la lettera serviva come autopresentazione ufficiale, era un intervento pubblico; Leopardi, invece, scrisse a destinatari ben precisi, a personaggi storici, e trattò di fatti quotidiani, attraverso i quali contribuì alla moderna sensibilità dell’io. Le sue lettere avevano uno scopo comunicativo, leggerle significa entrare nella sua vita.

Il nucleo più consistente ebbe per destinatari i familiari, prima di tutto con Monaldo, da una parte Giacomo cercò nel padre un confidente, dall’altra ne prese le distanze, dal momento in cui il padre non seppe assolvere le richieste del figlio. Monaldo fu il referente delle rivendicazioni esistenziali del figlio, che diventò se stesso allontanandosi dal padre.

Nelle lettere a Carlo e Paolina, Giacomo rivelò la ricerca di una complicità, in particolare con Paolina, che rappresentava il suo alter-ego.

Alcune delle sue lettere furono inviate al Vieusseux o ai redattori dell’“Antologia”, una rivista fiorentina. A partire dal 1817, intrattenne una fiorente corrispondenza con il Giordani, un amico del quale ebbe molta stima e che comprese la sua grandezza intellettuale, un uomo che rappresentò per lui un mezzo per uscire da Recanati.

Tra il giugno e il luglio del 1817 iniziarono gli appunti dello “Zibaldone”, che si succedono in maniera disorganica nel corso di 4526 pagine. A partire dalla pagina 100 sono corredati di data, dall’8 gennaio del 1820 al 4 dicembre del 1832.

Gli appunti non sono ugualmente distribuiti negli anni, il nucleo più consistente fu scritto tra il 1821 e il 1823, gli anni precedenti alla composizione delle “Operette Morali”, un’opera filosofica redatta nel 1824. Secondo Panizza, lo “Zibaldone” fu messo insieme appositamente per realizzare le “Operette Morali”, ma probabilmente non è così: fu piuttosto un diario intellettuale, una scrittura privata che non era stata concepita per essere pubblicata. Ci sono appunti su moltissimi argomenti: filologia, stilistica, attualità, lingua, trascrizioni letterali di testi; fu un deposito di appunti di tutti i tipi, soprattutto di riflessione filosofica. Spesso l’opera venne utilizzata come fucina preparatoria, come cartone di opere prosastiche: quasi tutte le opere leopardiane ebbero i loro antecedenti nello Zibaldone, costituito anche da numerose scritture incompiute e appunti, come testimonia la presenza di numerosi «ecc…».

Il termine ‘zibaldone’ ha un etimo oscuro: alcuni credono che derivi da zabaione, un termine mantovano (o di Reggio Emilia) che significa mescolanza. Più probabilmente il termine allude all’incompletezza della scrittura e all’eterogeneità dei temi.

Fu reso disponibile solo nel 1899, anno in cui lo Stato italiano decise di acquistare il manoscritto attraverso un processo patrocinato dal Carducci e dallo Zumbini. L’originale oggi è conservato a Napoli, nel museo “Vittorio Emanuele”, mentre un fac-simile pagina per pagina si trova all’Università Normale di Pisa. L’edizione più attendibile in commercio è quella del Pacella, redatta qualche anno fa.

Per molto tempo l’opera non venne conosciuta, quando De Sanctis scrisse il saggio su Leopardi lo fece senza considerare lo “Zibaldone”, ignorando quindi una parte fondamentale per la comprensione della filosofia leopardiana. Quando venne scoperto, però, invece di chiarire le idee dei critici le mise in confusione, a causa della difficoltà di comprensione.


Svolta del 1819

Nella prima metà dell’anno, Leopardi scrisse un paio di canzoni romantiche che avevano per oggetto il vero: “Per una Donna Inferma di Malattia Lunga e Mortale” e “Nella Morte di una Donna Fatta Trucidare nel Suo Portato dal Corruttore per Mano ed Arte di un Chirurgo”.

Si andò acuendo la malattia agli occhi, in quell’anno fu affetto da una quasi cecità che lo obbligò a smettere di leggere e di studiare; comprensibilmente, il suo cuore si incupì.

L’ambiente familiare e recanatese gli sembrava sempre più angusto, ma Monaldo non lo lasciò partire e perciò tentò la fuga. Scrisse al ministro Broglio per ottenere il passaporto (in questa occasione si fece fare l’unico ritratto autentico della sua vita), ma egli, dopo averglielo inviato, bonariamente gli augurò buon viaggio rendendo partecipe della cosa anche Monaldo, perciò Giacomo venne scoperto e il tentativo fallì.

Il contraccolpo fu gravissimo, si manifestò con l’aggravarsi della malattia, con la depressione psicologica e con il più cupo sconforto. Ne risorse nell’autunno, e da qui nacque la più grande poesia leopardiana. Nel settembre compose probabilmente “L’infinito”, poi altri due idilli, “Alla Luna” e “Il sogno” (che divenne “Lo spavento notturno” e oggi è il “Frammento XXXVII”).

Alla fine di quell’anno, progettò un romanzo autobiografico sullo stile de “I Dolori del Giovane Werther”, che tuttavia è rimasto incompiuto.

A pagina 147 del manoscritto originale dello “Zibaldone”, in genere citata come pagina 250, troviamo un appunto che data al giugno 1820:

«La mutazione totale in me, e il passaggio dallo stato antico al moderno, seguì si può dire entro un anno, cioè nel 1819, dove, privato dell’uso della vista e della distrazione continua della lettura, incominciai a riflettere profondamente sopra le cose […] a divenir filosofo (di poeta ch’io era), a sentire l’infelicità certa del mondo, in luogo di conoscerla; e questo anche per uno stato di languore corporale, che tanto più mi allontanava dagli antichi e mi avvicinava ai moderni».

Ecco la conversione dal bello al vero.

Leopardi affermò di essere diventato un filosofo, e questo anche per uno stato di languore corporale, ovvero a causa della gravità della malattia da cui era assalito.

In queste condizioni gli sembrò che la malattia stesse operando una depauperazione dell’energia, un ottundimento delle sue capacità fantastiche e immaginative.

Diventando adulto e schiacciando il piano filogenetico su quello ontogenetico, si rese conto che l’antico era come il bimbo, aveva una grande fantasia e energia, ma come il bimbo, che più cresce e più sperimenta l’ottundimento delle capacità fisiche e mentali, più si modernizzava e più si faceva sopraffare dall’uso della ragione, perdendo la capacità immaginativa propria degli antichi e la possibilità di recuperarla, in quanto non si può invertire il corso della storia filogenetica e ontogenetica.

La dicotomia antico-moderno si polarizzò: Leopardi non credette più alla possibilità del recupero dell’antico perché i moderni erano il prodotto della corruzione del tempo, vennero quindi meno i presupposti della poetica del 1818. Il moderno, succube delle sue capacità razionali, non avrebbe più potuto fare poesia, non sapendo trattare il bello, ma avrebbe dovuto occuparsi del vero, oggetto della filosofia. Ci fu un ribaltamento della posizione, si passò da poesia di immaginazione a poesia di riflessione, e quindi filosofia: il vero è filosofia mentre il sentimento è filosofare.

Nel linguaggio del tempo si distingueva fra poesia di immaginazione (naïve Dichtung), ovvero quella degli antichi, e poesia di sentimento (sentimentalische Dichtung), inteso come riflessione, ovvero quella dei moderni. Mentre per Foscolo il sentimento era spontaneità, passione, natura, per i romantici il sentimento era riflessione; tuttavia non si poteva dire che Leopardi fosse un romantico. L’immaginazione ci porta all’esterno, mentre la riflessione e il sentimento ci portano all’interno.

Leopardi ci ha parlato continuamente del suo sistema filosofico: il retroterra filosofico spiegava la poetica e in particolare il passaggio del 1819, apparentemente contraddittorio.


L’età adulta (1820-30)

Il 7 novembre 1822 Leopardi partì per visitare la capitale, soggiornando presso i marchesi Antici, parenti da parte di madre; fu un viaggio molto agognato, in quanto rappresentava per l’autore un’occasione per uscire dal «natio borgo selvaggio». Rientrò a Recanati verso i primi di maggio del 1823, molto deluso dal contatto con la grande città, dove aveva scoperto una società frivola e superficiale: Leopardi disprezzò la mondanità galante e fu nauseato dalla pseudo cultura archeologica e passatistica romana; per questo motivo scrisse parole pungenti, spesso ironiche o disprezzanti, nei confronti dei maggiori esponenti dell’intellighenzia romana (in una lettera scrisse chiaro e tondo che il Cancellieri era un coglione). Rimase delusissimo anche dal Mai, al quale aveva dedicato una delle canzoni filosofico-civili, poiché gli parve un personaggio poco raccomandabile sia dal punto di vista caratteriale sia da quello intellettuale. 

Nel 1825 ricevette l’invito a redigere l’edizione dell’intero corpus ciceroniano, così si trasferì a Milano, dopo una breve tappa a Bologna. Conobbe il Monti, un poeta neoclassico ormai anziano, che era di una sordità spaventosa; per Leopardi, che aveva una vocina fievole, fu difficilissimo farsi intendere.

Compiuto il lavoro a Milano, si stabilì a Bologna dall’autunno del 1825 a quello del 1826. Qui perse la testa per Teresa Carniani Malvezzi, passando con lei le serate anche se era una donna sposata. Tuttavia, l’avventura si concluse male e Leopardi volse la sua passione in odio, dicendo di non poterla più vedere, «quella puttana della Malvezzi».

Nell’autunno del 1826 rientrò per brevissimo tempo a Recanati. Nel 1827 ripartì, fece una breve tappa a Bologna, e si trasferì a Firenze, dove conobbe Manzoni. Alla fine dell’anno si trasferì a Pisa, rimanendovi fino alla primavera del 1828; poi rientrò a Recanati e vi rimase fino al 1830.


Leopardi Eroico (1831-37)

Nella primavera 1831 partì definitivamente da Recanati, accogliendo l’invito degli amici toscani. In realtà, erano veri e propri avversari sul piano ideologico, intellettuali dell’“Antologia”, di matrice cattolico-liberale, che si raccoglievano intorno al Vieusseux. A parte Tommaseo, che gli era visceralmente ostile, molti di loro gli volevano nonostante tutto bene: Vieusseux, in primo luogo, e soprattutto Capponi gli manifestarono un vivo apprezzamento.

Si recò a Firenze e vi rimase fino al 1833, con un intervallo allorquando, fra l’autunno del 1831 e la primavera del 1832, andò a Roma con Antonio Ranieri, amico ‘d’elezione’ che aveva conosciuto nel 1827 e che gli sarebbe stato da allora in avanti compagno di vita (questo non deve far pensare a nessuna liaison particolare, non era omosessuale).

Ranieri era un donnaiolo e correva dietro a varie sottane, in quel periodo aveva una relazione con un’attricetta della compagnia Mascherpa che seguì nelle sue peregrinazioni, talvolta lasciando solo Leopardi. A Roma prese casa in Via Condotti, 81 (oggi al piano inferiore si trova la Maison de Cartier).

Dal 1833, Leopardi si trasferì a Napoli per cercare un clima più confacente alle sue condizioni di salute, sempre peggiori. Vi rimase fino alla morte, salvo una breve parentesi nel 1836 quando, per sfuggire al colera che imperversava in città, si ritirò a Torre del Greco, a Villa Ferrigni, dove pare abbia scritto “La ginestra” e “Il tramonto della luna”, ma di quest’ultima non siamo sicuri.

Gli ultimi quattro versi del Tramonto, nell’autografo sono chiaramente aggiunti da una mano diversa; la leggenda narra che fosse quella del Ranieri stesso, che avrebbe appuntato le ultime parole del poeta ormai morente, dunque la data andrebbe abbassata al 1837.

Nel giugno del 1837, Leopardi morì assistito dal Ranieri e dalla sorella di quest’ultimo, Paolina. Le cause della morte non sono note, il quadro clinico è abbastanza complesso.

Le spoglie di Leopardi sarebbero state tumulate a Napoli in via di San Vitale. In realtà quando agli inizi del Novecento si procedette all’estumulazione, nel luogo indicato dal Ranieri si trovarono soltanto pochi resti umani, insignificanti, quindi la sua testimonianza potrebbe non essere credibile

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