TU NON RICORDI LA CASA DEI DOGANIERI ANALISI

TU NON RICORDI LA CASA DEI DOGANIERI ANALISI

-di Eugenio Montale-


Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera,
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende…).
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.


Dettagliata analisi testuale

1. Tu: la donna amata, conosciuta da Montale a Monterosso, in villeggiatura, durante la prima giovinezza, e morta poi, ancor giovane, nel 1956. Il poeta la identificò col nome di Annetta. La casa dei doganieri esisté realmente a Monterosso, ma era già allora distrutta.
3-5. desolata: l’aggettivo, fortemente scandito nel verso, soffonda la casa della dolorosa nostalgia del poeta. in cui….irrequieto: in cui la donna v’entrò, coi suoi pensieri irrequieti. Non è facile capire se si tratta di entrata vera o avvenuta solo nel pensiero, cosa peraltro più probabile.
6-7. Libeccio: vento di sud-ovest – la casa del ricordo ora non è più che un insieme di muraglia vecchia, un presente di squallore in cui a stento il poeta ritrova un’eco del riso lieto della donna.
8-9. non c’è più una direzione del vivere. Le intenzioni, cioè, la volontà consapevole, vengono dissolte da una casualità cieca, anch’essa priva di ogni logica interna.
10. altro tempo. È uno stilema leopardiano: altro tempo dunque, altre vicende frastornano la memoria della donna, l’allontanamento dalla casa, dal ricordo di essa. L’espressione può alludere alla morte della donna; ma anche, e comunque, al distacco incolmabile di persone chiuse di nuovo nel’incomunicabilità che l’amore aveva fatto sperare di poter aprire.
11. un….s’addipana: un filo, prima sdipanato, ora di nuovo s’ingarbuglia. E’ il filo del ricordo, ma diviene anche, pensando a ciò che l’amore avrebbe portato con sé, una direzione nel caos degli eventi. Ricorda il mito di Teseo che riuscì ad evadere dal labirinto inestricabile fatto costruire da Minosse sdipanando un filo custodito all’altra estremità da Arianna.
12-16. Ne…capo: il poeta tiene ancora un capo di quel filo, come Teseo nel labirinto, ma senza più la rispondenza salvifica dell’altro capo, fuori di esso, meta sicura di ritorno. Così la banderuola di metallo, posta sul tetto a rivelare la direzione del vento, gira senza pietà. L’affumicata vuol forse alludere alla consunzione del ricordo nel tempo. ma….oscurità: anche la donna, dunque, è come il poeta, sola; nel buio di questa sera non se ne avverte più neppure il respiro.
17-20. per un istante ritorna la memoria della volontà d’allora di uscire della catena deterministica di fatti in autentici che è il vivere: di ritrovare un varco, un punto di fuga. E’ un idea suscitata dall’orizzonte remoto del mare e dal balenare delle luci delle petroliere, che sembrano una promessa di luce ampia e chiara. Ma il ripullulare sempre uguale dell’onda sul rialzo a precipizio sul mare riconduce il senso del tempo come succedersi monotono e uguale, dissipa la speranza del varco.
21-22. la donna non può più dunque ricordare quella casa, viva soltanto nella sera che il poeta dice mia, perché è l’immagine della sua solitudine e del suo declino esistenziale. Ed io….resta: parole variamente interpretate. Per il Marchese “non so chi muoia veramente, chi va, nel mondo illusorio dei fenomeni”. In tal caso, bisogna però sottintendere che ormai il poeta concepisce il varco del v.19 come liberazione dalla vita e non nella vita. Ma potrebbe anche significare la constatazione del fallimento, allora e ora, di quel colloquio, di quell’apertura all’altro, che diverrebbe proprio per questo anche conoscenza compiuta di sé, un uscita dall’isolamento sterile d’una vita che non sa viversi. Tale constatazione comporta la perplessità del poeta, che non sa, non conosce più chi si disparte, ma neppure chi resta.


Breve commento

Un ricordo d’amore perduto, l’elegia del passato che non ritorna: questo è il primo tema della lirica. Rivedendo la casa dei doganieri, sul mare, il poeta pensa a una sera lontana in cui vi sostò con l’amata. Vorrebbe rivivere quel tempo, ma è impossibile: “un altro tempo” occupa ora la mente di lei, ed egli può soltanto protendersi verso quella sera lontana con nostalgia smarrita. La vicenda diventa emblema d’una realtà più profonda. Montale non rievoca qui una concreta vicenda d’amore, ma l’ansia che ebbe un giorno – e di essa l’amore poteva essere appagamento, o “occasione” di adempimento totale – di liberarsi dalla ruota del destino che vanifica la vita in un giro d’ore, di atti uguali, inutili, consunti; di ritrovare, insomma, “il varco”: una via di fuga che gli consentisse di raggiungere un vivere libero, autentico. Ma egli non né a recuperare l’immagine operante di quell’amore nella propria coscienza, né la continuità coerente d’una propria storia. La memoria gli rivela soltanto l’alterità del nostro io passato, il dissolversi continuo della persona. Più tardi Montale diede un nome a questa donna: Annetta, vagheggiata da lui nella prima giovinezza e considerata qui, secondo alcuni, come morta. Ma che la persona cui qui si allude sia morta o lontana per sempre non muta il messaggio della lirica. 

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